Panini alla farina di avena e Nina

 

 

 

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 per chi ha voglia di leggere un grazie fin da adesso,

per chi non ha voglia sotto invece c’è la ricetta e comunque un grazie per essere passati.

 

Mi chiamo Nina

giglio chiuso

Nina come la canzone di Mario Castelnuovo.
Mi chiamo Nina ed ho  48 anni.
Sono qui, seduta davanti ad un televisore nella mia enorme cucina. Sono sola.
            E che cosa mai dovrei raccontare? Cosa mai potrei avere io, normale ed allineata personcina del XXI secolo d.c.?
Fingo. Fingo con gli altri e fingo anche con me stessa.
Da tutta la vita fingo, fingo di essere felice di vivere. Perchè, perchè vivere è faticoso. E’ faticoso.
Ti toglie il lume della ragione. Che cavolo è poi la vita se non un insieme e un susseguirsi di attimi, secondi, minuti, ore, giorni, anni, secoli, millenni. Solo attimi consecutivi, solo azioni in sequenza, solo una serie di pensieri in ordine sparso. E questo bisogno di misurare il tempo. Questo bisogno di contare i giorni, i mesi, gli anni… Che bisogno abbiamo di mettere sempre in ordine cronologico gli avvenimenti? A cosa serve ordinare tutto, i pensieri, le azioni, gli avvenimenti. E’ il nostro disordine originale interiore che ci spinge a mettere ordine fuori dal nostro dominio corporeo.

Io, i miei pensieri li riordino nel sonno.
Resetto tutto, smetto di pensare razionalmente. Ultimamente mi avvolgo sulla teoria del pensiero positivo: ho deciso che è meglio non farsi film dell’orrore prima che succedano le cose, non puoi mai sapere come andranno, allora tanto vale farsi dei bei film a lieto fine… almeno nei sogn si soffre di meno!
Non ho emozioni empiriche da raccontare, non ho avventure avventurose o eclatanti storie di vita, ho pensieri, pensieri nascosti, di quelli che a volte non finiscono neanche di formarsi nella testa, non si completano nemmeno in parole compiute, è più un sentire scomposto.
Fanno paura i pensieri, a volte. Ci si puo’ perdere nei pensieri. Come ieri sera, a cena al ristorante cinese noi quattro.
quattro da sempre. quattro fin da bambine, fino da quando si facevano i tagli di capelli sportivi alla Barby e si coloravano con i pennarelli, quattro fino da quando si andava al cinema la domenica pomeriggio e ci si riempiva la bocca con le liquirizie di Cecchino. quattro per le prime cotte e le serate passate chiuse in camera a sviscerare l’argomento fino allo sfinimento emotivo. 4 nelle prime difficoltà che non sono mai mancate. Quattro.
Lo so, il numero perfetto è 3, ma noi siamo sempre state quattro.
Ieri sera, a cena al cinese, a Firenze, in treno. Un freddo di marmo, un ghiaccio di quelli che non stanno ritti nemmeno i gatti. Nel centro di Firenze a dicembre si puo’ ancora passeggiare senza paura fino ad una certa ora. A parte il freddo bubbolonico ci siamo infagottate e incappucciate e abbiamo preso il treno dal paesino satellite della periferia fiorentina: e un viaggio di venti minuti in treno diventa un’avventura. E pensi a quanto ancora ti basta poco per sentirti viva, a quando sei anima semplice e giovane per come ancora riesci ad emozionarti per le cose “normali”, ti stupisci ancora per la tua ingenuità. E un viaggio a Firenze diventa un’avventura, una cosa fuori dall’ordinario quotidiano, due ore d’aria.  E fra un involtino primavera e un tofu in terracotta tutto diventa più sottile, specie dopo aver bevuto un americano quasi a stomaco vuoto, tutto diventa più leggero. Si possono capire tante cose davanti a un buon cibo: la lettura del tofu, famosa arte divinatoria acquisita nelle tante cene cinesi della storia. Se quando ti portano il tofu è disposto in una certa maniera allora la domanda posta ha una risposta positiva. Arte divinatoria o stanchezza? Troppo stanca per decidere, lascio decidere al fato, lascio decidere al tofu.
Desideri. Si possono capire i propri desideri, quelli più intimi e introversi che non immagini neanche di avere. Mentre mangi un raviolo al vapore puoi pensare che tu ci avresti messo qualche grano di pepe per dargli una sferzata di energia. Voglia segreta di movimento, voglia di una qualsiasi botta di vita. E allora ti crei un diversivo.
Davanti al tofu ieri sera non ho capito nulla di nuovo. Avevo tutto ben mischiato chiaramente dentro prima e dopo il tofu, come sempre del resto, io ho sempre un misto mare di pensieri in testa. Ma i miei pensieri si sono fatti più leggeri ieri sera al cinese….
Non so se mi piacerebbe potermi vedere con altri occhi, come se il signore del tavolo di fronte mi prestasse i suoi per vedermi adesso, per vedere quelle quattro donne sedute al tavolo di fronte. Non so se mi piacerebbe l’immagine di me vista dal di fuori.
Dai 45 in su, tutte e quattro, di sicuro. Normali, non eccentriche, diverse ma uguali. Due più piccole e due più alte, tutte castane più o meno, in realtà tutte canute coperte di castano. Capelli corti e cortissimi. Facce stanche, neanche tanto rilassate. E’ vero che a volte bisogna guardare oltre la facciata, oltre l’aspetto fisico dell’involucro, perchè il vero essere, l’essenza della persona è ben nascosta dentro il bozzolo, ben nascosta dentro, indietro negli anni trascorsi, nella vita vissuta e passata, nella vita che vorresti poter cambiare ma che non puoi.
 
Mi chiamo Nina, ho 20 anni e anche la mia macchina si chiama Nina. Una Renault 4, sgangherata, blu petrolio, vecchia con le rifiniture cromate e anche un po’ puzzolente. Si, perchè essendo vecchia le guarnizioni lasciano un po’ a desiderare e se piove e poi arriva il sole dentro c’è puzzo di cadavere: avete presente il puzzo di animale morto? Ecco, quello, terribile, fetente e non si annienta neanche con gli incensi più tosti…. ma la Nina è la Nina e su questo non si discute. Invece abbiamo molto discusso sul fatto di rottamarla e di prendere una nuova e fiammante Polo Wolkswagen: ho tenuto botta, mi sono imposta e ho portato la Nina dal meccanico per una revisione generale. Non so se ho fatto bene, stamattina non è partita, l’ho dovuta mettere in moto in discesa. Il meccanico dice che sono i contatti della batteria che essendo vecchi difettano: cambiamoli. Cambiamoli. Abbiamo cambiato tutto in questa Nina.  
Stiamo progettando le vacanze estive. Le solite quattro.  Abbiamo comprato i biglietti del traghetto. Prenderemo la Nina, caricheremo la tenda e il resto e partiremo per le meritate ferie. A volte partire mi mette un po’ di ansia. Non so perchè, poi quando sono via mi diverto sempre. Il pensiero di lasciare i miei a casa, il pensiero che mentre sono via possano cambiare le cose e io non ci sono per rimetterle a posto (come se fossi Dio che tutto puo’), il pensiero di tornare e non trovare tutto come l’ho lasciato. Bah, intanto stasera ce ne andiamo a ballare. Fa ancora un freddo puttano nonostante sia Marzo. Andrà a finire che si va al Tenax come sempre.
Il Tenax è una discoteca di tendenza, uno stanzone pieno di fumo e musica, pieno di gente vestita di nero e di canne che girano indisturbate. Musica new age, U2, Depeche Mode, Cure e un sacco di altra roba, di quella che si balla a bomba e che dopo due ore che sei in pista hai perso un paio di kg in sudore. Poi ti fermi e ti fai un drink. E una c… sigaretta. E poi riparti. Il ritorno è fantasioso. Tornare alle 3 di notte è tosto: praticamente entri in auto e non senti la differenza fra il freddo che fa fuori e quello che c’è dentro (ricordate le guarnizioni rotte della Nina? a volte il ghiaccio è anche dentro i vetri) . Allora si accende il motore e si spera che il riscaldamento parta. Si aspettano cinque minuti buoni in quell’aria fredda e pungente e intanto ci si fuma l’ennesima sigaretta. Poi si parte. A volte abbiamo perfino il coraggio di cantare a squarciagola mentre torniamo, per tenerci sveglie.
Una volta abbiamo aggangiato un camion di reclute davanti alla caserma  cantando a squarciagola maledetta primavera, quella della Goggi.
Certo che siamo proprio ingenue, ci basta un niente per essere felici. Comunque, in questo buco di paese alla periferia sud di Firenze non c’è quasi niente. C’è una discoteca che apre il venerdì e un paio di pub, nient’altro.
Però c’è la piazza della Ghiacciaia.
La Ghiacciaia è un bar. Di quelli di paese, di pomeriggio e dopo cena ci sono i padri di famiglia  a giocare a carte e a bestemmiare, la mattina le maestre della scuola a fare colazione. Ma come tutti i bar con davanti una piazza, piazza Giuseppe Verdi o meglio detta piazza de’ frati,  è un po’ il centro delle vita culturale del paese.  E al bar, alla Ghiacciaia puoi trovare personaggi estremi, il meglio del meglio insomma.
La piazza dei Frati è una piazza grande, ormai asfaltata di forma più o meno ovale. Sta davanti alla chiesa dei Frati, appunto, la Chiesa di S.Francesco, enorme e silenziosa dall’altra parte della strada, vicino allo storico ponte Mediceo unico e solo vanto architettonico di questo minuscolo borgo periferico.  
Me la ricordo quando ero bambina, la piazza: c’erano le aiuole con i fiorellini colorati, i tromboncini di tutti i colori sotto i grandi olmi che porgevano ombre profumate d’estate e dita scheletriche d’inverno. Ti facevano sentire protetta. Non c’era ancora l’asfalto, era tutto in terra battuta e quando correvi insieme agli altri ragazzini si alzava una nuvola di polvere sottile che intorbidiva tutta l’aria facendo arrabbiare le ricamatrici di pettegolezzi sedute sulle panchine. Si, le panchine fatte di strisce di legno verniciate di verde con quei grossi chiodi a testa rotonda per tenerle insieme. E tutte le ricamatrici a tesser pettegolezzi a veglia, sedute sulle panchine sotto le foglie degli olmi a tessere fili di perle. Nonne, mamme, nipoti e  zitelle a ciarlare di questo che fa le corna a quella e di quella che è scappata con quell’altro o di lui che ha messo incinta lei e non se ne è preso la responsabilità. Ce n’erano per tutti i gusti di pettegolezzi, per tutte le età e per tutti i ceti sociali. E poi, alla fine del ricamo ognuna si riprendeva la proprio croce e la chiudeva di nuovo dentro le mura domestiche. 
E quando di pomeriggio noi ragazzini si passava ruggendo e alzando polvere correndo a giocare a nascondino ti sentivi urlare dietro e minacciare che “guarda che lo dico alla tua mamma!”. Ma giocare a nascondino e nascondersi dietro i piloni del Ponte Vecchio a Sieve era una cosa incredibile. Come quando si andava a caccia di girini. Ti dovevi tirare i pantaloni fin sopra alle ginocchia e infilare dentro l’acqua sulla riva del fiume, fra i muschi sui sassi e le alghe che ti sfioravano le caviglie per cercare gli sfortunati girini che venivano fatti prigionieri e tenuti a morire di fame dentro le bottigliette di vetro dei succhi di frutta. C’erano le gare per vedere quale girino durava di più: io i miei li lasciavo sempre liberi di nascosto, senza dirlo a nessuno: dicevo che erano morti e non ci pensavo più, mi dispiaceva farli morire per davvero. Camminare fra le  lastre nell’acqua, fare le cacce grosse, così le chiamavamo, era elettrizzante.
Adesso nella piazza c’è l’asfalto, hanno lasciato solo 3 olmi in un’aiuola grande nella parte superiore, quella che da sulla strada che porta al ponte. Ma le panchine ci sono ancora. E noi ci mettiamo lì, quando si torna a notte tarda. C’è sempre qualcuno in piazza. A qualsiasi ora. La Marina, che abita sull’angolo a sud della piazza la faranno santa, non credo che riescano a dormire bene lei e Giulio, soprattutto d’estate con il rumore. Si, perchè anche se si parla piano, alle tre di notte le voci sembrano essere in una cassa di risonanza, rimbombano nel silenzio e si amplificano rompendo il silenzio. Comunque, personaggi famosi ce ne sono tanti in Ghiacciaia. A cominciare dai baristi, marito e moglie, che arrivano e se ne vanno in bicicletta tutti i giorni, piovere o nevicare loro sempre in bici. Poi c’è la cricca dei più grandi, quelli che giocano a carte e bestemmiano fra fumi di sigarette e profumi di birra. Loro si che sanno scherzare. E poi ci siamo noi, i ragazzotti. Se torni alle tre e ti fermi in piazza per fumare l’ultima sigaretta di sicuro trovi qualcuno. Il Ciccio, per esempio, che torna dalle sue battute di caccia grossa alle donne di tutte le età, con l’acqua per le abluzioni e l’asciugamano per dopo, o il drink in auto perchè… perchè non si sa mai. Oppure ti trovi gli spilungoni, due cose lunghi e giovani , oppure Biretta,  di fuori come uno sbuffo di fumo sul camino. Comunque trovi sempre qualcuno per fare due chiacchere, se ne hai voglia. La Ghiacciaia, bar scalcinato filo-socialista, catto-comunista e luogo di inenerrabili bestemmie e prese in giro. Partite a carte interminabili, scherzi incredibili alla amici miei; a volte partono davvero con la fiat 125 e se ne vanno a fare le zingarate.
 
Mi chiamo Nina ed ho 49 anni e  stanotte non dormo. Una di quelle notti che non finiscono mai. Mi giro e mi rigiro dentro al letto, prima o poi dovrò alzarmi e mettermi a scrivere quello che mi passa per la testa. Ultimamente sono diventata malinconicamente triste. Ho un’agenda che tengo in borsa perchè quando mi arrivano i pensieri li devo fermare sulla carta. Li devo imprimere, li devo catturare altrimenti mi scappano. E spesso i pensieri mi vengono nel silenzio della notte.
Da camera mia si sentono gli storni che si chiamano, piano, quasi sottovoce. Se c’è la luna piena dal lucernario sul tetto filtra la luce che diventa blu passando anche attraverso la tenda e tutto diventa magico. E ascolto nella mia testa la musica, e mi ritrovo nel mio mondo fatto di muschio e di ruscelli, di pensieri e di emozioni, quello che non divido con nessuno.  E nel mio mondo sento il profumo di quel muschio umido, sento il rumore dell’acqua che scorre sui sassi gorgogliando, vedo arrivare i miei pensieri ordinati e in fila per due, come fossero 44 gatti. Mai avuto pensieri ordinati, mai avuto ordine dentro. La mia mente è una continua evoluzione di storie, di idee, di paure e di emozioni: come si possono ordinare certe cose? Si puo’ ordinare una giornata, si puo’ ordinare un cassetto, non si puo’ ordinare una mente. O perlomeno la mia mente. E così dal pensare alla luce blu e ai Sigur Ros mi ritrovo a pensare alla cucina. Il mio ultimo imput è la cucina. Cucinare è diventato di moda nell’ultimo decennio, io cucino per rilassarmi. Io impasto per rallegrare la mia mente, mentre la farina di gonfia e cambia consistenza sotto le mie mani tutto si distende, tutto diventa più sostenibile, tutto diventa più leggero.

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La luce blu che entra dall’alto mi disegna cerchi ipnotici dentro.
Dal lucernario sul tetto passa il vento, quel vento che spettina anche le teste più ordinate del mondo, quel vento che arruffa i pensieri. Ma i miei non hanno bisogno di essere arruffati, lo sono già da soli.
E così riporto i miei pensieri sul lievito.
Mi chiamo Nina ed ho 50 anni  (riprenditi le lacrime, ridammi le mie favole, non perderti e chiedimi se ho ancora bisogno di te)
Negli ultimi mesi la mia vita è cambiata. Quelle allegra e sgangherata ragazza  di vent’anni si è come volatilizzata, sparita, inghiottita dalla nebbia del tempo che passa. Forse si è trasformata, non si è perduta. Forse è diventata una donna che ancora cerca di conoscersi sempre un po’ di più, una donna che esce la sera e passeggiando nel buio della campagna guarda e vede un cielo pieno di stelle, pieno di sogni da raggiungere, pieno di cose da fare e da affrontare.
A volte la stanchezza mi prende, vorrei rimanere svenuta nel letto, con le coperte sopra la testa e lasciar passare il tempo senza interagire. Ma non si puo’ fare, no, non si puo’ fare. E allora mi alzo  e faccio quello che mi da ancora un po’ di attimi di serentità: cucino, fotografo, ascolto, sorrido.
Rubo attimi di serenità, me li conquisto con i denti e con l’anima intera.  Ma che fatica.
La mia vita è cambiata, cambiata davvero.
Intimamente cambiata, memorabilmente cambiata.
Ma non in modo lineare. Ci sono cose brutte, ci sono cose belle ed inaspettate, cose che mai mi sarei immaginata, comunque.
A volte mi sembra tutto illusorio, surreale. La mia vita mi sembra surreale. A volte invece riesco davvero ancora a vedere la bellezza nelle piccole cose, riesco ancora a sentire il calore dell’amore universale.
I pensieri si inseguono ancora arruffati nella mia testa, forse ancora  più di sempre In questo momento di mancanza di certezze io mi perdo ancora e ancora con il cuore in tumulto dentro sentimenti ancora più discordanti e ribelli.
Ma so che la vita va avanti, sempre e comunque ed io ci sono. Ci sono per le cose brutte e per quelle belle, ci sono per chi mi ama e per chi non mi ama, ci sono per le tante persone che conosco e che conoscerò.  E come Nina cerco di accettare i bombardamenti che la vita mi ha regalato, ma credo ancora all’amore, non so che occhi avrà, ma ci credo ancora.
 
 Panini bianchi con farina di avena
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questa ricetta partecipa alla raccolta di Panissimo di Aprile, la raccolta mia e di Barbara, Bread & Companatico, da cui io ho latito vergognosamente.

perdonatemi, un sacco di cose in mezzo!!!!

Terry, tutta per te amica mia dolcissima

PANISSIMO nuovo italia 750

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