Cinque rintocchi – V

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XII – LA STELLA

Giustizia fissò Morte, le luci degli occhi di metallo tremolanti.

– Riesco a comprendere il gesto, ma il prezzo… è immenso. Come può un mortale sostenere un simile equilibrio senza spezzarsi?

Morte inclinò appena la testa, continuava a tenere lo sguardo dove la quarta donna era ormai sparita, dove la crepa si era richiusa. I piani si stavano allineando, tutto stava tornando come prima, tutto era normale… se esisteva una normalità.

– Lei non ha pensato al prezzo, sorella: ha pensato a tutti. Ha fatto una scelta. Il sacrificio c’è, certo, ma lei lo ha trasformato in volontà. Non si spezza perchè lei è in perenne equilibrio su quel filo che tiene insieme tutto ciò che voi e io possiamo vedere.

Torre, scura e dura come sempre, strinse le mani, i bordi delle dita scintillanti.

– E noi? Noi chi siamo in confronto a questo? Guardiamo e non tocchiamo, ma sentiamo. Sentiamo l’onda del suo passo eppure restiamo… immutabili.

Morte sorrise appena, quasi impercettibilmente, il cambiamento stava arrivando e Torre ne era portatrice.

– E perchè non mutare fratello? Perchè non scegliere di sentire, di vedere, di essere e non solo di obbedire? Questa è la tua scelta, la scelta che puoi fare: restare immutabile in tutto il tempo o cambiare.

Temperanza inclinò la testa, i suoi occhi nocciola pieni di lentezze e fulmini.

– E tu, fratello mio, come fai a … sentire tutto questo e non perderti?

– Perché la piccola mortale mi ha insegnato qualcosa che non conoscevo, – rispose Morte. – Che il coraggio non è forza, ma armonia con ciò che deve essere fatto, lei mi definisce, non mi mette limiti.

Giudizio chinò il capo, per un attimo. Non parlò. Sentì solo il tremito dei piani che si riallineavano, le anime antiche e future ritrovare confini. Tutto grazie a una “misera mortale”, come avrebbe detto lui stesso, se avesse parlato. Ma le parole erano superflue.

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Cinque rintocchi – IV

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0 – IL MATTO

Il terzo rintocco non suonò: cadde.

Si propagò come un tonfo sordo, un battito fuori metrica che incrinò l’aria. E la terza donna giunse.

Non entrò: sembrò precipitare nel mondo, come qualcosa che la realtà non aveva previsto. Era sottile come un giunco, i capelli lunghi e scarmigliati, un fazzoletto color zafferano annodato al polso, una borsa bucata da cui scappavano piume pallide, e il passo leggero di chi cammina senza aver mai scelto la strada.

Guerra si voltò verso di lei, pronta a inghiottirla.

– Un altro passo e ti rompo.

La voce era un chiodo piantato nella carne viva.

La donna la guardò senza riconoscerla, senza attribuirle nome né potere. Il suo sguardo era un vuoto limpido, così candido da risultare insolente.

Si chinò, raccolse un sasso levigato dal terreno e lo porse a Guerra con un sorriso così ingenuo da sembrare falso.

– Tieni.

Guerra si irrigidì.

– Che intenzione hai donna?

– La tua – disse la terza donna.

Quel modo di parlare, quel modo di essere, scivolò dentro Guerra come una dissonanza. Non sfida, non supplica. Una libertà disturbante, pura, priva di direzione.

– Sai chi sono? – chiese guerra con una ferocia nella voce che avrebbe fatto tremare anche i muri.

– No, non lo so. – La voce della donna era morbida e inesatta, come una corda che vibra nel punto sbagliato. – Così ti posso ascoltare senza pregiudizio, chiunque tu sia.

Guerra esitò.

Morte trattenne un sorriso nel fondo della scena.

Giustizia osservò come chi già conosce l’esito ma attende il piacere della conferma.

La terza donna avanzò.

Si sedette davanti a Guerra, piegandosi come acqua che trova la curva del terreno.

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Cinque rintocchi – III

III Rintocco

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XIV – LA TEMPERANZA

Il secondo rintocco arrivò come sete.

Una sete che non era nella gola, ma più in basso, dove il corpo si ricorda di essere fatto d’acqua. La seconda donna lo sentì mentre camminava, lo senti scorrergli dentro mentre si allontanava in linea retta. Non ricordava più da quanto tempo camminava, ogni tanto si fermava a riposare, ogni tanto trovava qualcosa da mangiare o da bere e poi ricominciava a camminare, spinta da una forza sconosciuta. Il secondo rintocco diventò per lei un richiamo liquido che le tirava il centro del petto come se qualcuno avesse legato un filo al suo cuore e lo stesse avvolgendo, lento, inesorabile, come se qualcuno lo stesse imprigionando.

Aveva i capelli rossi, folti, ricci come una corona di fuoco che le cadeva sulle spalle larghe. Era alta, robusta, con le braccia forti di chi ha lavorato la terra, impastato pane, sollevato pesi che bruciavano l’anima oltre che i muscoli. La pelle chiara era cosparsa di lentiggini come semi sparsi su un campo, e gli occhi verdi guardavano il mondo con la franchezza di chi non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani. La sua era una povera casa di contadini, aveva conosciuto le fatiche della terra fin da giovane e aveva imparato ad amare il sole che bruciava, la pioggia che nutriva, il vento che cambiava. La neve era la sua preferita, teneva al caldo i semi e li avrebbe lasciati andare appena l’inverno sarebbe scivolato nella primavera. Ma adesso camminava in una valle sconosciuta, non c’erano i suoi lecci a segnare la via, non c’erano le spighe che danzavano con il vento, adesso camminava seguendo una luce che oscillava davanti a lei senza mai avvicinarsi davvero, la lanterna dell’Eremita. Non lo vedeva, il vecchio, non vedeva lui ma sapeva che c’era, vedeva la sua luce, quella si, la vedeva. Si affacciava tra i massi come una luna piena, si posava sui cespugli radi e pulsava come una lucciola, illuminava per un istante il sentiero come un fuoco fatuo prima di sparire e riapparire più avanti. Come se dicesse: qui, vieni qui, sono qui. La valle si stringeva. Le pareti di pietra crescevano ai lati, grigie, stratificate, antiche come ossa di montagna. Il cielo sopra di lei era una striscia sottile, un nastro di stelle che sembrava chiudersi sempre più. E più entrava e più si sentiva intimorita. Ma poi lo sentì. Un suono liquido, incessante, vorticoso.

Acqua.

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