Cinque rintocchi – V

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XII – LA STELLA

Giustizia fissò Morte, le luci degli occhi di metallo tremolanti.

– Riesco a comprendere il gesto, ma il prezzo… è immenso. Come può un mortale sostenere un simile equilibrio senza spezzarsi?

Morte inclinò appena la testa, continuava a tenere lo sguardo dove la quarta donna era ormai sparita, dove la crepa si era richiusa. I piani si stavano allineando, tutto stava tornando come prima, tutto era normale… se esisteva una normalità.

– Lei non ha pensato al prezzo, sorella: ha pensato a tutti. Ha fatto una scelta. Il sacrificio c’è, certo, ma lei lo ha trasformato in volontà. Non si spezza perchè lei è in perenne equilibrio su quel filo che tiene insieme tutto ciò che voi e io possiamo vedere.

Torre, scura e dura come sempre, strinse le mani, i bordi delle dita scintillanti.

– E noi? Noi chi siamo in confronto a questo? Guardiamo e non tocchiamo, ma sentiamo. Sentiamo l’onda del suo passo eppure restiamo… immutabili.

Morte sorrise appena, quasi impercettibilmente, il cambiamento stava arrivando e Torre ne era portatrice.

– E perchè non mutare fratello? Perchè non scegliere di sentire, di vedere, di essere e non solo di obbedire? Questa è la tua scelta, la scelta che puoi fare: restare immutabile in tutto il tempo o cambiare.

Temperanza inclinò la testa, i suoi occhi nocciola pieni di lentezze e fulmini.

– E tu, fratello mio, come fai a … sentire tutto questo e non perderti?

– Perché la piccola mortale mi ha insegnato qualcosa che non conoscevo, – rispose Morte. – Che il coraggio non è forza, ma armonia con ciò che deve essere fatto, lei mi definisce, non mi mette limiti.

Giudizio chinò il capo, per un attimo. Non parlò. Sentì solo il tremito dei piani che si riallineavano, le anime antiche e future ritrovare confini. Tutto grazie a una “misera mortale”, come avrebbe detto lui stesso, se avesse parlato. Ma le parole erano superflue.

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Pane Novecento di Pontassieve: la Ricetta Originale del Dolce Arrotolato con Marmellata di Albicocche

Il Pane Novecento di Pontassieve: nel dopoguerra i paesi avevano fame, ma avevano anche memoria. E nei forni dei piccoli borghi la memoria prendeva spesso la forma del pane.

Pane Novecento di Pontassieve: la Ricetta Originale del Dolce Arrotolato con Marmellata di Albicocche

Nel mio paese, esattamente fra Pontassieve e San Francesco, nel cuore del borgo storico, c’erano allora quattro fornai: il Mannelli, il Trotta, Gallina e un altro Mannelli e poi la bottega di S.Francesco di Sciascia al di là del ponte dei Frati (Ponte Mediceo costruito in mattoni rossi verso la metà del 1500 per conto di Cosimo I de’ Medici). Quattro botteghe, quattro mani infarinate, quattro modi diversi di tenere viva la stessa antica arte. Il pane non si buttava mai, naturalmente. Gli scarti dell’impasto del giorno venivano “riaggiustati”, come si diceva allora: un po’ di farina, un po’ di zucchero, qualche uovo quando c’erano, un po’ di burro e quel tanto di fantasia che nasce quando bisogna arrangiarsi.

Fu così che uno di quei fornai ebbe un’idea semplice e geniale: stendere quella pasta recuperata, spalmarci dentro della marmellata di albicocche e arrotolarla su se stessa. Ne uscì un pane diverso dal solito, morbido, profumato, con due punte più croccanti e con quel cuore dolce che compariva a spirale quando lo si tagliava.

Il Pane Novecento di Pontassieve cominciò così: non come una ricetta scritta, ma come un gesto di bottega. Poi accadde la cosa più naturale che potesse succedere in un paese: la ricetta uscì dal forno e entrò nelle case. Ogni famiglia iniziò a rifarlo a modo suo. Chi aggiungeva più zucchero, chi più burro, chi usava una marmellata fatta in casa, chi lo lasciava appena dolce, quasi un pane.

Col tempo nacquero tante piccole varianti quanti erano i tavoli di cucina.

La mia ricetta è quella di mia nonna, forse addirittura della mia bisnonna. Comunque è la ricetta di famiglia.

L’ho ritrovata qualche anno fa mettendo a posto vecchie scartoffie: fogli ingialliti dal tempo e profumati di zucchero, arrotolati e legati con un filo rosso, lasciati in un cassetto a fare da memoria.

È stato un tuffo al cuore ritrovarli: scritture semplici, errori ortografici, patacche di zucchero e di burro, le stesse ricette ripetute più volte con piccole varianti. Profumo di casa e tanta nostalgia.

Poi, proprio in questi giorni, è saltato fuori Andrea, il Boccia, della Pizzeria Centrale , che mi ha chiesto se conoscevo la ricetta o comunque com’era la “mia” del Pane Novecento di Pontassieve. Mi ha raccontato che anche Slow Food si sta interessando a questo dolce antico e che c’è persino l’idea di farne un presidio, anche se la strada è ancora lunga.

Così ho colto l’occasione per tornare a sentire i profumi di quando ero bambina.

Negli anni me ne sono quasi dimenticata. Mia figlia no: ha detto che il Pane Novecento lo aspettava a gloria.

E allora adesso andiamo con la ricetta rielaborata con dieci anni di esperienza in lievitazioni e pani…..

Pane Novecento di Pontassieve: la Ricetta Originale del Dolce Arrotolato con Marmellata di Albicocche

Musica per l’impasto

End of Beginning, Djo

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Cinque rintocchi – IV

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0 – IL MATTO

Il terzo rintocco non suonò: cadde.

Si propagò come un tonfo sordo, un battito fuori metrica che incrinò l’aria. E la terza donna giunse.

Non entrò: sembrò precipitare nel mondo, come qualcosa che la realtà non aveva previsto. Era sottile come un giunco, i capelli lunghi e scarmigliati, un fazzoletto color zafferano annodato al polso, una borsa bucata da cui scappavano piume pallide, e il passo leggero di chi cammina senza aver mai scelto la strada.

Guerra si voltò verso di lei, pronta a inghiottirla.

– Un altro passo e ti rompo.

La voce era un chiodo piantato nella carne viva.

La donna la guardò senza riconoscerla, senza attribuirle nome né potere. Il suo sguardo era un vuoto limpido, così candido da risultare insolente.

Si chinò, raccolse un sasso levigato dal terreno e lo porse a Guerra con un sorriso così ingenuo da sembrare falso.

– Tieni.

Guerra si irrigidì.

– Che intenzione hai donna?

– La tua – disse la terza donna.

Quel modo di parlare, quel modo di essere, scivolò dentro Guerra come una dissonanza. Non sfida, non supplica. Una libertà disturbante, pura, priva di direzione.

– Sai chi sono? – chiese guerra con una ferocia nella voce che avrebbe fatto tremare anche i muri.

– No, non lo so. – La voce della donna era morbida e inesatta, come una corda che vibra nel punto sbagliato. – Così ti posso ascoltare senza pregiudizio, chiunque tu sia.

Guerra esitò.

Morte trattenne un sorriso nel fondo della scena.

Giustizia osservò come chi già conosce l’esito ma attende il piacere della conferma.

La terza donna avanzò.

Si sedette davanti a Guerra, piegandosi come acqua che trova la curva del terreno.

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