cinque rintocchi – II

Rintocco II

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VIII – GIUSTIZIA

Se nel mondo ancora ci fosse stata Giustizia il papa non se ne sarebbe rimasto immobile sul suo trono lasciando andare incontro a un destino incerto le 5 donne. Lui, il papa, l’uomo, lo sterco di dio che sempre aveva fatto e disfatto secondo la sua legge, quella del più forte, era arrivato alla fine della strada, doveva scendere a patti con il resto del mondo, e il resto del mondo era fatto da donne.

Donne piene di coraggio, di saggezza, di amore.

Se davvero Giustizia ancora fosse stata nel mondo in quel preciso momento si sarebbe dovuto capire da che parte stava, verso chi pendeva la bilancia. Lui si alzò dal suo trono ormai diventato inutile e constatò, ancora una volta, che con tutta la sua forza e la sua potenza niente aveva potuto sul destino che si compiva, nessun dio o nessun immortale aveva interceduto per lui, per loro, nessuno aveva voluto risolvere la situazione che ormai era arrivata ad un punto senza ritorno.

Le forze ancestrali avevano cercato loro, le 5 donne, le arcane, le alchemiche, le streghe. Prima di tutto arrivò il silenzio, un silenzio nuovo.

Non il silenzio dei rintocchi, né quello del destino che guarda, ma un silenzio più profondo, come se l’intero edificio trattenesse il respiro all’unisono. Le pietre della chiesa, le stesse che avevano inghiottito il suono delle campane, parvero raddrizzarsi, sollevate da una forza invisibile.

La luce cambiò. Non si fece più intensa, né più debole. Si fece esatta.

E allora lei apparve. Non camminò. Non entrò da alcuna porta. Apparve, come se ci fosse sempre stata.

Una linea precisa di luce arancione che univa la terra al cielo, una verticale precisa, un equilibrio perfetto.

Era alta. Sottile come una lama, ma solida come una colonna di marmo cesellata. La veste color ocra, fatta di polvere e pulviscolo non brillava né assorbiva la luce: la tratteneva, milioni di piccole scintille tenevano insieme la verità.

La bilancia lucente appesa alla cintura tremò appena, un tintinnio secco, puro.

La spada sfiorava il pavimento e incideva una linea sottile, una fenditura che si richiudeva lentamente dopo ogni passaggio, come se lo spazio stesso si rimarginasse.

I suoi occhi erano come quelli di Morte: due tizzoni, ma d’acciaio, e bucavano l’anima.

Il Papa sentì che la schiena cercava di curvarsi da sola, come se una mano immensa lo spingesse a piegarsi. Provò ad alzare lo sguardo, ma lei lo aveva già misurato. In meno di un soffio.

Giustizia parlò senza aprire bocca, la sua voce arrivò dalle travi del tetto rimaste, dalle lastre di pietra circondate dal muschio del pavimento, dal metallo della spada. Persino dalle ossa del Papa.

– L’hai sempre saputo. – Il vecchio potere trasalì.

Le parole non erano un’accusa: erano una sentenza già letta mille volte.

– La tua legge non era legge. Era paura vestita di ordine.

Un altro passo.

La linea sul pavimento brillò per un istante, come una cicatrice fresca.

– Chi governa senza vedere – e i suoi occhi si fecero trasparenti, purissimi – è destinato prima o poi a essere visto.

La bilancia si inclinò a destra, lenta, inevitabile, niente era posato sul piatto ma quel niente doveva essere pesantissimo.

Il Papa si appoggiò al bastone, le sue gambe tremavano, il suo cuore correva scomposto. “Non sei chiamato al castigo,” disse lei, avvicinandosi ancora.

Sollevò la spada, la lama puntò la porta della chiesa, l’uscita, il mondo vasto e spoglio che lo attendeva.

– Sei chiamato alla resa.

Lo guardò con gli occhi d’acciaio, non sorrise, non fece il minimo movimento.

– Esci da qui, uomo, la tua stagione è finita.

Per un istante brevissimo, quasi un gioco di luce, due occhi ardenti brillarono nel buio dietro una colonna caduta.

Morte ascoltava. E sorrise. Sorella Giustizia non lasciava scampo a nessuno, come lei del resto. Il Papa inspirò, tremante.

Il mondo, in quel momento, era tagliato in due linee nette: lui e la sua stirpe da una parte, dall’altra tutto ciò che stava accadendo davvero. Si voltò, trascinando la sua sontuosa veste ricamata verso l’uscita, sull’orizzonte invisibile le cinque donne camminavano in cinque direzioni diverse. Non sapevano ancora dove le avrebbero portate ma Giustizia si, lei poteva intuirlo


VI – GLI AMANTI

Lontano dal trono, lontano dalle pareti fredde della storia degli uomini, la prima donna camminava seguendo un battito che solo lei sentiva. Il primo rintocco non era suono: era un martellare sordido e viscerale, era vibrazione profonda, come il respiro trattenuto di una creatura gigantesca che fatica a resistere.

Lei non era una guaritrice, né una sacerdotessa. Era qualcosa di più semplice e quindi più vero: una donna che aveva imparato ad ascoltare quando la terra parlava.

Il rintocco che lei seguiva era greve, come una radice emersa dal buio dell’inverno. Le sfiorava la pelle con la pazienza delle cose che non hanno fretta, le accarezzava il ventre sorridendole ma lei sapeva che non la avrebbe mai lasciata fino a quando non fosse stato compiuta la scelta necessaria. Ogni passo la portava più in basso, giù, verso il buio di un bosco antico che nessuna mappa ricordava. Gli alberi erano obliqui, quasi inginocchiati, marroni scuri, con le foglie accartocciate su sé stesse, impresse sui rami scheletrici, sembravano bruciate non dal fuoco ma dal dolore. La Madre stava facendo i conti con sé stessa e lei camminava nel mezzo della resa.

Sapeva che il primo rintocco apparteneva alla Terra, al suo squilibrio, alla ferita aperta. Sapeva che la scelta da fare sarebbe stata difficile, sapeva e sentiva con chiarezza tutto questo nel rintocco che la teneva sempre avvinghiata al suolo come una invisibile catena. Era una mano amorevole ma decisa, compassionevole ma inclemente ed era lì per lei, solo per lei e non l’avrebbe lasciata scappare. Alzò gli occhi dalla strada di foglie, il fiato faticoso sbuffava dalla sua bocca in piccoli fumi di freddo, il vento la pungolava. E le vide.

Due figure, identiche e opposte, stavano in mezzo alla strada, a pochi passi da lei.

Una era di fango scuro, vivido, odoroso di humus; l’altra era crepa, come creta secca, come spaccatura profonda. Una di fronte all’altra, una appoggiata all’altra. Erano la stessa donna, divisa in due.

La prima urlò con la voce del sottosuolo:

«Scegli me. Nutrirai il mondo, guarirai la Madre. Pagherai con il tuo corpo: ciò che cresce, crescerà attraverso di te ma sarai eterna.»

La seconda parlò sottovoce con il fruscio delle pietre:

«Scegli me. Custodirai la forma, la struttura, l’ordine della terra. Pagherai con il tuo cuore: ciò che proteggi, ti consumerà, non ti sarà concesso amore.»

Eccola la scelta da fare, non una festa ma una punizione.

Alle sue spalle, il filo del primo rintocco vibrò, sottile e imperioso. Morte, distante, nella sala del trono, avvertì quel tremito dentro le ossa, Giustizia lo sentì nella bilancia che le pesava legata in vita. Il Papa ebbe un brivido, come se il mondo stesse cambiando posizione sotto i suoi piedi mentre camminava con fatica verso la porta vuota.

La donna respirò la foresta rotta. Sapeva che nessuna delle due scelte l’avrebbe risparmiata. Sapeva anche che la Terra non le chiedeva un sacrificio cieco, ma una responsabilità.

Fece un passo avanti.

Il terreno sotto di lei pulsò come un cuore.

Scegliere significava rimettere in equilibrio la vita e la morte, il fango fertile e la polvere arsa. Qualunque fosse la sua decisione al mondo non sarebbe bastata.

Nella radura, la donna rimase ferma un tempo senza tempo, immobile, con gli occhi chiusi, il volto rivolto verso l’alto come a cercare quello che deve essere, la pelle nera imperlata di gocce di sudore nonostante il freddo, i capelli ricci avvolti dalla bruma del bosco. La terra respirava sotto i suoi piedi come un animale ferito. Le due figure davanti a lei, la Madre Feconda e la Custode Arida, erano entrambe necessarie, entrambe incomplete. Erano due metà dello stesso pianeta, due pulsazioni della stessa ferita.

Rimase a lungo in ascolto. Non dell’una o dell’altra, ma della terra intera. La scelta le arrivò come una fitta al basso ventre.

Non scelse la fertilità senza limiti, perché l’abbondanza può soffocare tanto quanto la carestia.

Non scelse la durezza che preserva tutto, perché custodire troppo a lungo trasforma l’ordine in prigione.

Scelse di unire.

Si frappose fra le due donne e toccò la loro pelle nuda. Le radici sotto il terreno si tesero, una corrente le attraversò le ossa come se la terra stesse succhiando da lei la sua stessa volontà.

– Non posso scegliere una sola, scelgo tutte e due, la cura è il modo in cui voi diventerete una.

Le due entità si osservarono, specchi l’una dell’altra. Per un istante, furono quasi sorprese. Poi cominciarono a fondersi, prima lentamente, come acqua che cerca la strada tra le crepe, poi con la potenza di una frana che ridisegna un’intera montagna.

La donna gridò. Non di paura, ma per la forza che le strappava via un frammento di sé: la bilancia viva che stava creando.

Quando il bagliore si spense, davanti a lei rimase una sola figura.

Era fatta di terra umida, ma con le venature chiare della secchezza che trattiene la memoria. Un volto che portava l’ombra della sete e la promessa della pioggia. Occhi scuri come seme, ma con un bagliore che poteva diventare fuoco.

«Equilibrio, abbiamo bisogno di equilibrio – disse la donna di terra con la voce di un pozzo che parla. La donna cadde in ginocchio, esausta. Il suo filo, quello del primo rintocco, si avvolse attorno al suo braccio come un serpente che si addormenta.

Dietro di lei, gli alberi cambiarono postura: alcuni si raddrizzarono, altri si piegarono un poco, come se stessero cercando una posizione nuova. Il vento portò un odore diverso: terra bagnata e pietra calda insieme.

Aveva fatto ciò che era stato chiesto.

Aveva scelto di tenere unite le due forze che il mondo continua a scambiare per opposte, aveva scelto la pace e non la guerra, non la distruzione. Perché una delle due doveva soccombere e non prosperare insieme? La domanda era la stessa da sempre, unire e non dividere, ma l’uomo aveva scelto di dividere, governare, comandare e obbligare.

Lei era riuscita a creare, con il proprio corpo e la propria anima, un ponte fragile ma necessario.

Si sedette sulla terra nuda, si abbracciò le gambe con le braccia e si addormentò soddisfatta: il primo rintocco era stato compiuto.

Da lontano, molto lontano, il secondo rintocco si stirò nel tempo come un animale che si sveglia. E il pianeta, questo pianeta stanco, ebbe un sussulto che lo avvicinò agli uomini e alle donne.


XII – L’APPESO

 La donna della Terra si addormentò seduta contro una radice che sembrava una schiena amica. Il bosco le chiuse attorno le sue dita d’ombra con la stessa cura di una coperta di lana grezza, la avvolse e la protesse come una madre protegge la figlia.

La notte la guardò respirare. Le creature silenziose del sottosuolo sospesero il loro andare per non disturbare, i lupi non ulularono alla luna, il gufo si fermò accanto a lei e si mise a spiumacciar le penne senza far rumore.

In quel silenzio il suo sonno cambiò, non più un sonno mortale ma adesso era sospesa. Sospesa fra il cielo e la terra, fra il sopra e il sotto, fra il bene e il male, fra il dubbio e la certezza.

In quel silenzio amoroso le foglie non tremarono ma si sollevarono in verticale, come se una mano invisibile stesse girando il mondo su un altro lato. I rami si piegarono non verso il suolo, ma verso un centro immobile formando un arco sopra il suo corpo addormentato, le radici emersero e la sollevarono con una delicatezza infinita per tenerla sospesa, sospesa per diventare il ponte necessario al compimento, e il cielo capovolto prese a gocciolare luce sul suo volto addormentato.

Non era magia.

Non era presagio, era una sospensione così profonda da piegare la geometria delle cose, da cambiare lo scorrere naturale delle cose del mondo per aprire ad un’altra realtà.

Il tempo smise di camminare in avanti; prese a ruotare attorno a lei come un animale che attende. Ogni suono rimase appeso nel punto esatto tra emissione e eco, come un respiro dimenticato in aria.

In quell’equilibrio impossibile, la donna sembrava un seme necessario.

La foresta restò così, inclinata verso un cielo infinito, come se qualcuno l’avesse guardata da sotto e lei avesse deciso di restituire lo sguardo.

Quando il mondo tornò lentamente a rimettersi diritto, la donna non si svegliò. Il bosco la vegliava, consapevole che quel sonno era una soglia, non una fine.

Molto lontano, la chiesa sconsacrata aspettò il suo prossimo passo. Lì, tra pietra e crepe, la figura che porta la lanterna avrebbe un giorno varcato il portale per incontrare le due sorelle silenziose: Morte e Giustizia.

Ma per ora tutto rimaneva sospeso, nella quiete rara di chi ha già scelto, e può finalmente lasciarsi andare all’oscurità che prepara la prossima luce.


IX – L’EREMITA

Nella chiesa il buio era ancora profondo, le stelle non riuscivano a rischiarare e la falce della luna non portava luce, o almeno non così tanta per distinguere se non sagome e ombre. Morte sedeva sul trono abbandonato del Papa, un trono di pietra, con alte colonne cesellate che raccontavano sfarzi estinti e memorie che desideravano essere dimenticate. Sedeva sguaiata, indomita, il busto appoggiato su un bracciolo di pietra e le gambe appoggiate sull’altro, quasi stesse in un grembo. La seta frusciava intorno a lei mossa dal leggero maestrale, i capelli inseguivano la seta e nel buio completo solo l’ombra si intuiva oltre ai due carboni ardenti degli occhi. Nel nero del nero dell’abito di seta apparvero parole scritte di nero ancora più nero. Seguivano i bordi e gli scolli del kimono, incidevano timore, paura, necessità. Con noncuranza e un gesto di polso fece roteare la lunga falce fienaia luccicante e puntò gli occhi verso il portone di cui restavano solo le mura e le pietre dell’arco a sesto acuto che si perdevano nel tempo e nello spazio di quella notte fuori dall’umano dominio.

Anche gli occhi di Giustizia si spostarono impercettibilmente verso il portone, lei rimase ferma immobile nella sua aura ocra e la bilancia brillante fra le mani.

Una flebile luce arrivava da fuori il portone, una lanterna legata a un palo di legno, portata da una figura avvolta in un saio sgualcito. Il passo del vecchio era lento e sicuro, calmo di chi sa che può esserlo. La lanterna oscillava mentre l’Eremita avanzava, e la luce tremolante si posava sui due guardiani della chiesa. Morte inclinò appena il capo, un gesto quasi impercettibile, ma il bagliore dei suoi occhi di carbone sembrava scrutare dentro il vecchio. Giustizia serrò un po’ più forte la bilancia, come a misurare il peso invisibile del suo arrivo.

L’Eremita posò il bastone a terra con un colpo secco che risuonò nella navata vuota. La lanterna oscillò, proiettando ombre danzanti sulle colonne spezzate.

Ho visto-, disse con voce ferma, – ho visto la donna appesa tra cielo e terra, sospesa come un frutto che attende di cadere. Ho visto il suo sacrificio. Ma non basta vedere.

Morte inclinò il capo, la falce smise di ruotare.

– Tu chiedi risposte, io ho solo domande diverse. L’Eremita alzò la lanterna verso il trono.

– Voglio sapere se il suo sacrificio è stato vano. Se l’equilibrio che ha creato reggerà. Se la Madre accetterà.

Giustizia fece un passo avanti, la spada sfiorò il pavimento con un sibilo metallico, la ferita si apriva e si richiudeva quasi nello stesso tempo mentre la spada lambiva il terreno, lasciando in ricordo cicatrici sottili come fili di seta.

– La domanda è imprecisa-, tagliò netta. – Non si misura se un sacrificio è vano. Si misura se è stato necessario. E quello lo era.

– Ma sufficiente? – insistette l’Eremita. – Sarà sufficiente per ciò che deve ancora venire? –

Morte rise, un suono profondo che veniva dal petto.

– Sufficiente? Mai. Necessario? Sempre – Giustizia serrò la bilancia.

– Il secondo rintocco è già in movimento. Non puoi fermarlo. Non puoi modificarlo. Puoi solo- e i suoi occhi d’acciaio si piantarono nell’Eremita – preparare il terreno per lei.

L’Eremita chinò il capo.

– Lo farò, come l’ho fatto per la prima donna lo farò per tutte le altre. I rintocchi saranno accuditi e illuminati per loro da me, ma, che ne sarà di loro una volta eseguiti i doveri? Rimarranno per sempre intrappolate nei loro sacrifici?

Morte si alzò dal trono con un movimento fluido, il kimono che le scivolava intorno come acqua nera.

– Per sempre non esiste-, disse avvicinandosi a lui. Morte era alto, altissimo rispetto al vecchio eremita, i suoi occhi gli si infilarono dentro senza giudizio, senza volere.

Giustizia, che era rimasta immobile nella sua aura dorata, sollevò la bilancia all’altezza degli occhi.

– Il suo debito è pagato. Il suo compito è compiuto. Ora tocca alle altre quattro.

L’Eremita sollevò la lanterna più in alto: la luce finalmente rivelò sul pavimento un intreccio nitido di ombre, il ricordo della scelta. Fili sottili si muovevano intorno a due figure tessendole insieme, formandone una sola, piena di radici e di luce rossastra.

E lì, tra Morte che non giudica ma osserva, e Giustizia che pesa senza emozione, l’Eremita intrecciò il suo destino insieme a quello delle donne dei rintocchi.


il III RINTOCCO sarà pubblicato mercoledì 4 Marzo 2026

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© 2026 Sandra Pilacchi – “5 Rintocchi”.
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2 commenti

  1. È incredibile, tutte le volte che lo rileggo trovo particolari che non avevo notato, e mi irretisce e mi cattura… Non vedi l’ora di rileggerlo tutto

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