III Rintocco

XIV – LA TEMPERANZA
Il secondo rintocco arrivò come sete.
Una sete che non era nella gola, ma più in basso, dove il corpo si ricorda di essere fatto d’acqua. La seconda donna lo sentì mentre camminava, lo senti scorrergli dentro mentre si allontanava in linea retta. Non ricordava più da quanto tempo camminava, ogni tanto si fermava a riposare, ogni tanto trovava qualcosa da mangiare o da bere e poi ricominciava a camminare, spinta da una forza sconosciuta. Il secondo rintocco diventò per lei un richiamo liquido che le tirava il centro del petto come se qualcuno avesse legato un filo al suo cuore e lo stesse avvolgendo, lento, inesorabile, come se qualcuno lo stesse imprigionando.
Aveva i capelli rossi, folti, ricci come una corona di fuoco che le cadeva sulle spalle larghe. Era alta, robusta, con le braccia forti di chi ha lavorato la terra, impastato pane, sollevato pesi che bruciavano l’anima oltre che i muscoli. La pelle chiara era cosparsa di lentiggini come semi sparsi su un campo, e gli occhi verdi guardavano il mondo con la franchezza di chi non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani. La sua era una povera casa di contadini, aveva conosciuto le fatiche della terra fin da giovane e aveva imparato ad amare il sole che bruciava, la pioggia che nutriva, il vento che cambiava. La neve era la sua preferita, teneva al caldo i semi e li avrebbe lasciati andare appena l’inverno sarebbe scivolato nella primavera. Ma adesso camminava in una valle sconosciuta, non c’erano i suoi lecci a segnare la via, non c’erano le spighe che danzavano con il vento, adesso camminava seguendo una luce che oscillava davanti a lei senza mai avvicinarsi davvero, la lanterna dell’Eremita. Non lo vedeva, il vecchio, non vedeva lui ma sapeva che c’era, vedeva la sua luce, quella si, la vedeva. Si affacciava tra i massi come una luna piena, si posava sui cespugli radi e pulsava come una lucciola, illuminava per un istante il sentiero come un fuoco fatuo prima di sparire e riapparire più avanti. Come se dicesse: qui, vieni qui, sono qui. La valle si stringeva. Le pareti di pietra crescevano ai lati, grigie, stratificate, antiche come ossa di montagna. Il cielo sopra di lei era una striscia sottile, un nastro di stelle che sembrava chiudersi sempre più. E più entrava e più si sentiva intimorita. Ma poi lo sentì. Un suono liquido, incessante, vorticoso.
Acqua.
La lanterna si fermò. Davanti a lei, la parete di pietra si apriva in uno squarcio verticale, una fenditura lunga e stretta come una ferita che non si era mai chiusa. Da lì usciva un fiume, no, un torrente impetuoso, limpido, quasi violento nella sua fretta di esistere. L’acqua zampillava dalla roccia con una forza che non seguiva le leggi della fisica, come se qualcosa la stesse spingendo da dentro la montagna, come se la terra stessa la stesse piangendo. La donna si fermò. Il suono era assordante. Non per il volume, ma per la presenza. L’acqua occupava tutto: l’aria, il respiro, il battito nel petto. Lo zampillo si allargava in una pozza poco profonda, limpida come uno specchio, pulita come il pianto di un neonato. E lei comprese. Il secondo rintocco non era per la terra. Era per questo. Per l’amore che era stato fermato, che si era rappreso, che era rimasto impigliato fra le brutture del mondo degli uomini, che non riusciva più a scorrere verso la vita. L’acqua usciva dalla fenditura con troppa forza perché non aveva altra via, perché il mondo aveva smesso di lasciarla passare, di lasciarla fluire. Qualcuno doveva diventare il canale per stabilire il giusto flusso. La lanterna dell’Eremita tremolò una volta, due. Poi si spense, lo scopo era raggiunto, la guida era giunta, poteva ridiventare trasparente e sparire dentro l’acqua.
La donna rimase sola con l’acqua e con la notte.
Fece un passo avanti. Poi un altro. Quando l’acqua le arrivò alle caviglie le si drizzarono tutti i peli del corpo, era gelida, tagliente come vetro. Le gambe nude sotto la gonna di lana si irrigidirono, i muscoli si tesero. L’acqua le salì alle ginocchia. Ai fianchi. Alla vita. Quando le arrivò al petto le mancò il respiro. Lacrime rigarono il suo volto, la sua paura le gridava di uscire, di correre, di andare via, lontano, che quella cosa non era una buona cosa per lei ma il rintocco non ammetteva alcun dubbio, non c’era altra soluzione se non continuare ad entrare nel freddo. Adesso era così intenso che le bruciava la pelle. E allora, senza pensare, senza decidere, senza calcolare, si stupì e si lasciò cadere. Il fiume la prese, con dolcezza, con necessità. Era come tornare a casa. Poi l’acqua la travolse, il gioco cominciò ad essere più duro, l’acqua la girò, la riempì. Entrò dalla bocca, dal naso, dalle orecchie. Le si infilò sotto la pelle come se cercasse una strada che solo lei poteva offrire e fu allora che smise di lottare: aprì le braccia e divenne un vaso vuoto.
E l’acqua attraversò. Passò dentro di lei come se fosse fatta di fessure invisibili, come se ogni cellula fosse una porta che si era appena aperta. La passò e la trapassò, divenne lei e fece diventare lei acqua, entrò e uscì in un travaso perpetuo che non aveva inizio né fine. Non era dolore. Non era estasi. Era passaggio.
Lei non tratteneva nulla. Ogni volta che una goccia si fermava, sentiva un peso, come fosse una pietra che cresceva nel petto e opprimeva il respiro, allora lasciava andare. Lasciava scorrere, diventava via senza confini, parete senza materia. E più lasciava andare, più l’acqua fluiva dentro di lei acquietandosi, oziando invece che correre veloce. Il torrente cominciò a cambiare, la sua foga si placò. Non si fermò, ma si fece più dolce, più largo, più calmo, come se non avesse più bisogno di sgorgare impetuoso, come se la via fosse tornata praticabile. Lei galleggiava nel mezzo del flusso, con i capelli rossi che si spargevano intorno a lei come alghe di fuoco. Il corpo nudo, possente, offerto all’acqua senza vergogna, senza paura. Era diventata il canale. Era il vaso che si riempie e si svuota. Era la via dell’amore che non possiede, che non trattiene, che non si ferma mai. L’amore che fluisce nell’universo intero, la forza motrice di ogni cosa, la scintilla della creazione.
Lontano, molto lontano, nella chiesa sconsacrata, Morte alzò la testa. I suoi occhi di carbone brillarono per un istante. Si lisciò le pieghe del kimono, si alzò dal trono e volse lo sguardo e tutto il suo essere verso Giustizia.
– Il secondo rintocco… – sussurrò.
Giustizia inclinò la bilancia. Un piatto si sollevò, l’altro scese. Perfettamente, lentamente.
– L’amore ha trovato la via, è compiuto
La donna rimase nell’acqua fino all’alba. Quando finalmente uscì, il rivolo era diventato fiume, scorreva tranquillo dentro la valle, serpeggiando con grazia. Non più impetuoso, non più trattenuto. Solo vivo. Lei si sedette sulla riva, tremante, esausta, e per la prima volta da quando era nata sentì di essere completamente vuota. E completamente piena. Si avvolse in un mantello di erbe e di foglie, si appoggiò a terra, si rannicchiò in posizione fetale e chiuse gli occhi soddisfatta. Dalla terra amorevoli fili si avvolsero intorno a lei, l’avrebbero tenuta al sicuro per tutto il tempo necessario.
Il terzo rintocco, da qualche parte nel buio del mondo, tese i muscoli del tempo e si preparò a sconvolgere.
XI – LA FORZA
Sparì, come faceva sempre, senza avvertire, senza un fiato. Giustizia, per niente stupita dalla cosa, si ricompose e guardò la bilancia. Si stava annoiando, era l’ora di andare a misurare qualche anima. Fece come Morte, decise di andarsene e sparì.
Morte apparve dal nulla in un cortile polveroso circondato da bassi edifici scalcinati. L’aria era calda da tardo pomeriggio africano, polverosa di quella polvere fine che si infila ovunque. I suoi occhi si puntarono verso il rumore. Una donna sulla cinquantina dalla pelle nocciola e i capelli bianchi tagliati cortissimi ballava e cantava insieme a una decina di bambini di età fra i due e i 13 anni. E ridevano, tutti, ballando un ballo tribale e agitato, ballavano cantavano e ridevano. I passi alzavano la polvere che disegnava contorni sfuocati. Gli occhi di Morte diventarono indulgenti quando si posarono sulla donna. Lei ancora non l’aveva visto e lui aspettava impaziente il momento in cui lo avrebbe fatto. Avrebbe rubato e ricordato ancora quello sguardo, come tutte le volte, quello stupore e quell’amore che lei gli avrebbe dimostrato. L’aveva trovata trentacinque anni prima, quando era appena poco più di una bambina, in piedi davanti al crollo di una casa, la sua, mentre lui arrivava per tagliare i fili di quelli che erano i suoi genitori terreni. Era in piedi, scalza, arruffata e piangeva lacrime silenziose, di nuovo la vita si era presa gioco di lei. Quando lo vide non dubitò di chi fosse, pensò invece che avrebbe portato via anche lei. Ma lui indugiò. Indugiò in quegli occhi neri come pece, indugiò in quelle lacrime, indugiò. E non era mai successo, quell’indugio era il primo da sempre, mai dall’inizio dei tempi aveva indugiato. Ma quegli occhi, quegli occhi avevano aperto una via dentro di lui che neppure pensava potesse esistere: il sentimento. All’inizio non capì, si indispettì per quell’indugio, per quel dolore in mezzo al petto, quel dolore improvviso quando la vedeva. Cercò di non vederla più ma si ritrovò a guardarla senza essere visto, a studiarla. E non doveva farlo, non avrebbe dovuto farlo ma tutte le volte si inventava una scusa diversa per ritornare da lei. Era cominciata così, con una quindicenne incazzata che lo guardava con occhi incazzati. Doveva essere sembrata strana, parlava per strada da sola poiché lui non era visibile agli occhi degli altri, solo lei poteva vederlo. E con il passare del tempo solo lei riusciva a capire cosa voleva dire con un leggero cenno della testa o con uno sguardo, riusciva a leggergli dentro. Come si può leggere dentro un Dio? Dentro un essere che non è nato ma che è sempre stato, come può riuscire a farlo una comune mortale? Questo si era chiesto più volte Morte, il dio, il tristo mietitore. Ma tutte le volte il suo cuore perdeva un battito quando la vedeva, continuava a contorcersi e a battere come un cavallo imbizzarrito. Che cosa era quel sentimento? Morte non era avvezzo a provare sentimenti, sapeva bene che il suo dovere era quello di tagliare fili e non quello di provare empatia o pietà per gli umani. Ma succedeva sempre più spesso da quando aveva trovato lei, Namashe.
Nel tempo del suo lavoro aveva imparato a delegare: lui si occupava di tagliare i fili solo di quelli che meritavano il suo rispetto o di quelli che avevano arrecato particolare danno alle umane genti. Aveva tagliato con soddisfazione il filo di certi dittatori assassini, di conquistatori spietati, di condottieri e di capi di stato. I fili delle guerre erano solo suoi: chi poteva tagliare così tanti fili in un colpo solo? Falciava fili sui campi di guerra come un contadino miete le spighe del grano maturo a Luglio, tagliava senza sentire, senza giudicare. Manteneva l’equilibrio fra morte e vita. Ma da quando aveva conosciuto lei tutto era diventato più difficile. Il suo cuore sanguinava davanti a un bambino martoriato da una bomba esplosa da mani adulte e barbare. Avrebbe voluto che Giustizia pesasse immediatamente quei mostri e li giudicasse secondo le sue leggi. Non era così che doveva vivere la Morte. Non l’aveva mai fatto negli eoni del tempo. Perché adesso sì?
Lei era “casa”, lei era pace, era smettere di pensare incessantemente a tagliare i fili che il destino gli porgeva. Era il sole dopo la tempesta, era il profumo dei fiori che inebria le api, era una cascata di acqua pura nel suo mondo putrido. Ma non era qualcosa che potesse permettersi: era il suo punto debole, la sua anomalia.
In piedi in mezzo al cortile, avvolto nel kimono nero, gli occhi ardenti, alto e ferito: così gli occhi della donna lo videro un attimo dopo il suo manifestarsi. Lo sentiva sempre arrivare, ancora prima di vederlo: l’aria si faceva più densa e profumata. Incrociò i suoi occhi e gli sorrise. Le scappava sempre un sorriso quando lo vedeva. Si fermò, smise di ballare e di cantare per sorridergli finché i bambini non la trascinarono di nuovo nella danza. Lei ballava e lo guardava con gli occhi dell’amore.
Alla fine spedì i bambini a lavarsi e poi verso la mensa, dentro l’edificio di mattoni rossi. Camminò verso di lui tenendo per mano la più piccola, tre anni appena. Si fermò e continuò a sorridere. La piccola tirò un lembo del kimono di Morte per farlo chinare fino alla sua altezza. Mise le manine sulle sue guance pallide e, con voce infantile, disse:
– Ci sei mancato Morte. – Lui la guardò e replicò:
– Come può mancarti la Morte?
– Mi manchi tu – glielo mormorò mentre gli appoggiava un bacio sulle labbra e poi corse verso la mensa attirata dal profumo del cibo.
La donna non disse una parola, continuava a sorridere e a guardarlo. Lo prese per mano e lo portò dietro le costruzioni, dove la savana si perdeva oltre l’orizzonte. Il tramonto era mozzafiato. Lui mozzava il fiato. Si era spesso chiesta, nel corso della vita, perché proprio lei avesse questa capacità di leggerlo, era come se provasse i suoi stessi sentimenti, e adesso sentiva tutta la sua tristezza che le scorreva dentro le vene.
– Sei in ritardo
– Lo so.
I loro occhi avevano già parlato anche senza le parole, lei sapeva perché era lì, qualcosa lo preoccupava. La strafottenza e la superbia che lo caratterizzavano in quel momento non esistevano, la sua essenza cosmica immortale non esisteva, lui era nudo davanti a lei. E si sentì davvero nudo e disarmato davanti al terzo rintocco che cominciava a risvegliarsi.
Guerra.
Non avrebbe potuto restare fuori dai giochi come per i primi due rintocchi. Guerra l’avrebbe chiamato, di certo. Non si sarebbe arresa. La terza donna avrebbe avuto bisogno di grande coraggio e di un’intuizione quasi folle per affrontarla. E lui sarebbe stato la loro arma, da una parte e dall’altra: avrebbe dovuto scendere in campo.
Lei si avvicinò, le braccia tese verso di lui. Lui si ritrasse d’istinto. Non voleva farlo, ma accadde. Lei non si scompose: sapeva che Morte era un gatto selvatico, difficile da accarezzare.
– Sta arrivando il terzo rintocco: è Guerra.
Lo disse d’un fiato, come se quelle parole non potessero più restare intrappolate. Solo allora lui le permise di toccarlo. Lei gli posò il palmo sulla guancia e lui lo coprì con la sua mano, inclinando il volto per baciarle il polso. La guardò come si guarda l’acqua nel deserto, come si guarda la stella più bella del firmamento; la guardò con il terrore nel cuore. Guerra l’avrebbe trovata, l’avrebbe usata per piegarlo, e lui sarebbe stato costretto a scegliere. Non avrebbe potuto scegliere lei: avrebbe dovuto sacrificarla per il resto del creato, tagliare il suo filo. E non voleva farlo. Anzi, non sapeva nemmeno se ci sarebbe riuscito.
Erano così vicini eppure così lontani che Morte faceva fatica a trattenersi. Doveva andare. L’unica speranza di salvarla era lasciarla lì, da sola, lontana da lui, e chiederle di resistere. L’abbracciò pensando che potesse essere l’ultimo. La baciò con bramosia, le mani che la premevano al suo corpo come se potesse impararla a memoria. Quando la lasciò il dolore lo colpì come una freccia. l’aria non gli entrava più nei polmoni. Le rivolse lo sguardo dei suoi occhi di brace.
– Devo andare, Namashe. Lei mi aspetta… sta già fremendo, e devo tentare di fermarla. Cercherò di non farla arrivare fino a te, ma temo che il mio amore, questa volta, sia una scia che non riuscirò a nascondere. Io proverò…
– Non provare a fare niente, mio bellissimo dio. Fai ciò che devi e non preoccuparti per me. Quello che mi hai dato in questi anni è più che sufficiente, mi basta, sono felice con te. Taglia il mio filo quando sarà il momento, hai il mio permesso. Ma una cosa te la chiedo: vieni tu a farlo. Voglio vederti un’ultima volta.
Il suo sorriso era così pieno e sereno che negli occhi di Morte salirono le lacrime.
Un dio che piange non si era mai visto. La savana era rovente di caldo e di sole, l’aria era rossa, lei era davanti a lui e sorrideva. Morte sparì in un attimo ma il suo cuore smise di battere.
VII – IL CARRO
Morte apparve nella chiesa abbandonata. L’Eremita, seduto sulle pietre del pavimento, lo osservò emergere dal margine fra i mondi, mentre i fili tessuti dal primo e dal secondo rintocco si annodavano intorno a lui.
– Dov’è Giustizia?
La voce di Morte era profonda, grave.
Giustizia apparve accanto a loro.
– Sono qui, Morte. L’hai sentita anche tu? Ti chiama
– Custodisci la donna africana per me. Tienila nascosta, se puoi, sorella. Io cercherò di fermarla.
– È furiosa, Morte, e lo sai bene. L’ultima volta, per farla addormentare, l’hai ingannata… e lei non dimentica. Conosce il tuo punto debole e andrà dritta dove ti farà più male. Farò tutto ciò che posso, fratello, come sempre.
L’Eremita era fermo, immobile, non osava muoversi. Le sue orecchie colsero il dialogo fra i due dèi prima ancora che il senso si facesse chiaro.
Non erano voci, erano pressioni nell’aria, come spostamenti di gravità: Morte e Giustizia parlavano senza suono, eppure ogni parola pesava come una pietra caduta sulla pelle.
Morte aveva appena lasciato la donna africana, la sua compagna dal sorriso largo e dagli occhi antichi come pozzi, il distacco gli aveva scavato nel petto un rigagnolo nero, una fessura che spingeva a voltarsi indietro. Ma il dovere, quella cosa vecchia e arida come i deserti, lo tirava in avanti.
Guerra, invece, brillava già in lontananza come un miraggio rosso. Lei non aspettava mai: avanzava. Sempre.
E la terza donna, quella che doveva essere protetta, era già entrata in una spirale di eventi che l’avrebbero spezzata senza pietà. L’Eremita capì che Morte non andava a combattere Guerra, ma a impedirle di chiudere l’ennesimo cerchio di distruzione. Una sorta di danza antica che loro due avevano danzato e danzato di nuovo , ripetuta mille volte e mai una uguale all’altra. E nel fruscio delle erbe alte della savana sovrapposte al duro pavimento di pietra della chiesa, comprese che quel dialogo divino non gli era giunto per caso, lui era chiamato ad agire. Si sentiva testimone in quello strano mondo sovrapposto, vedeva la chiesa, vedeva la terza donna e vedeva la savana con la donna africana che aspettava.
E vide Morte, non come uno scheletro, non come un’ombra, ma come un uomo alto, asciutto, con una cicatrice sulla guancia, i lunghi capelli scomposti dal vento e un pezzo di notte negli occhi accesi. Avanzava nella savana con passo deciso, determinato, invincibile. Dietro di lui, invisibile ma palpabile, restava ancora il profumo della donna che aveva lasciato: legno bruciato, terra bagnata, fiori di baobab.
Quando Morte lo guardò, i suoi occhi accesi erano furiosi. Nella testa dell’Eremita le parole presero corpo e diventarono suono:
– Quella che vedi laggiù è la terza donna. Guerra la desidera come un drago desidera una città da incendiare. Io devo proteggerla, e tu devi aiutarmi.
L’Eremita ascoltava il dio, immobile.
– Guerra non ti vede – continuò Morte, – ma ha già visto lei. La vuole per vendicarsi di me. E se la raggiunge prima che sia pronta… la spezzerà.
La lanterna dell’Eremita vibrò appena, come se avesse capito.
Un respiro di vento attraversò la chiesa, o la savana, l’Eremita con sapeva dove era esattamente, i due piani erano perfettamente ancora sovrapposti.
– Nel buio che creerò metterò la mia ombra – concluse Morte, – e fermerò Guerra fino a che non saremo pronti.
Quando mai sarebbero stati pronti per affrontare Guerra?
VI – L’IMPERATORE
Le scale della chiesa erano un altare sbrecciato. Morte stava lassù, immobile, come se la pietra l’avesse generata un attimo prima. La falce piantata a terra, dritta, verticale: un meridiano tracciato nel cuore del mondo.
Guerra la raggiunse senza fare rumore. La sua presenza non aveva bisogno di passi per farsi sentire: l’odore del ferro e del sangue la precedevano, un respiro rovente che devastava la quiete.
– Non puoi tenermi al guinzaglio,- disse Guerra, con quella voce che pareva un incendio che impara a parlare.
Morte non sollevò lo sguardo. Il vento le scivolò sui capelli come un animale fedele. I suoi pensieri vorticavano nella testa come mulinelli impazziti, in pochi attimi aveva esplorato scenari diversi plausibili e nessuno gli era sembrato accettabile.
– Non voglio tenerti sorella. Voglio solo che non tocchi ciò che non è ancora pronto a morire.
Guerra compì un passo in avanti. Le pietre gemettero, come se ricordassero battaglie troppo antiche per essere narrate. La chioma bionda e riccioluta si mosse intorno al suo viso, l’armatura dorata sferragliò al movimento.
– La terza donna è mia. L’ho vista. L’ha vista il mio rintocco. Non hai il diritto di prenderla.
Un sorriso sottile attraversò il volto di Morte. Un taglio di luce, un lampo di pietà e ironia mescolate e il solito angolo delle labbra arricciato all’insù.
– Il diritto non serve. Ma io ho il dovere.
Poi si alzò, e quel gesto fece tacere ogni cosa: l’erba, il vento, persino i ricordi. Sembrava ancora più alto, più nero, più letale.
– Io sono colui che comanda, – bisbigliò Morte, – non colui che conquista. Io trattengo e impedisco alle forze cieche di frantumare il mondo per una pulsione momentanea.
Guerra inclinò la testa ringhiando piano. Denudò i denti e lo guardò negli occhi, sfidandolo.
– Io non ho pulsioni momentanee, quelle sono tue.
– Tu sei la pulsione momentanea e eterna – rispose Morte – Il mondo ti chiama quando non sa più cosa fare del proprio dolore.
Scese un gradino. Poi un altro. Le loro facce erano così vicine che quasi si sfioravano. Non c’era paura negli occhi di Morte, c’era determinazione.
– Il tuo sguardo la ucciderebbe. Non nel corpo. Nel destino.
Guerra tirò indietro le labbra e gli mormorò addosso:
– Non puoi vincere…
– Io non devo vincere….
Erano così vicini che la loro ombra sembrò fondersi.
– Devo solo trattenerti finchè lei non imparerà a camminarti addosso sensa farsi ferire.
Un rintocco profondo risalì dalla pietra. Non era una campana. Era la struttura stessa del luogo che vibrava, come se un cuore antico avesse ricominciato a battere, il terzo rintocco era pronto.
Morte inclinò il capo.
– Sta arrivando.
Guerra si voltò di scatto verso il sentiero che scendeva dalla collina. Non c’era nessuno, eppure l’aria si restringeva, come se una figura lontana stesse concentrando su di loro la propria decisione.
– La senti? – chiese Morte, con voce più bassa del silenzio – Lei sta scegliendo.
– Lei sceglierà me.
– No, lei sceglierà il mondo.
Un vento improvviso piegò l’erba, lanciando una spirale di polvere che salì lungo la scalinata come un presagio.
Guerra serrò i pugni.
– Non riuscirari a fermarmi quando la vedrò.
Morte si voltò verso il sentiero.
– È questo il punto, sorella. Non sarai tu a vederla per prima. La luce mutò. Qualcosa stava oltrepassando il confine.
La terza donna era vicina. L’Eremita aveva spento la lanterna, la sua guida era finita, aveva ritardato quanto aveva potuto per dare modo a Morte di trattenere Guerra.
Una pausa tagliò l’aria. Morte aveva appena detto: «Non sarai tu a vederla per prima.»
E Guerra, per la prima volta da molto tempo, non avanzò. Retrocesse dentro di sé, in quel punto dove la violenza impara a ragionare.
«Aspetta.»
La parola arrivò come un soffio di brace, calda e minacciosa. Morte non si voltò. Era già sul terzo gradino.
– Se fai un solo passo ancora – disse Guerra – io spezzo la donna africana.
Il silenzio si tese come pelle sul tamburo.
Morte si fermò. Non per timore, ma per rispetto verso le conseguenze.
Guerra sorrise, un sorriso storto, da predatore che ha finalmente trovato un appiglio.
– Non fare finta di non sapere di chi parlo. La ragazza degli esclusi. Quella che hai toccato senza toccare. Quella che ti crede una visione invece che una sorella.
La voce di Guerra si fece bassa, rotonda, maligna.
– Se vai incontro alla terza donna… io vado incontro a lei. E tu sai bene che non ho bisogno di mani per farle male. Mi basta entrarle nel sangue. Mi basta sussurrarle uno dei miei vecchi nomi.
Morte si voltò lentamente, come si fa quando si osserva un dolore annunciato.
Il suo volto era immobile, ma l’aria attorno a lui sembrò indurirsi, diventò solida.
– Non la toccherai.
La frase non aveva tono. Era una sentenza già pronunciata da qualche parte del cosmo.
Guerra si avvicinò, un passo, poi un altro.
– E se fosse già successo?
Socchiuse gli occhi, lasciando trapelare un bagliore marcio.
– Le sono passata accanto mentre dormiva. Ho visto il suo respiro indeciso, la sua nostalgia per un luogo che non esiste più, sono lì con lei ora, mi basta un battito di ciglia per romperla. Una piega nel sogno. Una scelta sbagliata. Un’ombra nella stanza. Posso farle credere che tu l’abbia abbandonata.
– Tu non conosci l’abbandono – disse Morte – Tu conosci solo il saccheggio.
– Il saccheggio è un tipo di abbandono – ribattè Guerra – Uno molto più efficace.
La falce di Morte vibrò nella pietra, come trattenuta a fatica.
Per un attimo il potere scricchiolò nelle sue ossa: trattenere, contenere, non esplodere. Non poteva cedere, non poteva farlo e non aveva intenzione di farlo. Mise da parte la paura per il suo amore terreno, mise da parte tutti i sentimenti e si fidò di Giustizia. Avrebbe fatto quanto era chiamato a fare e lo avrebbe fatto come doveva essere fatto.
Guerra vide quella incrinatura, godette pensando di averlo piegato e insistette con dolcezza velenosa:
– Io la prenderò. Le sussurrerò parole che la svuoteranno fino a lasciare solo un contenitore vuoto, te la toglierò pezzo per pezzo finchè non sarà rimasto niente di quello che tanto ami, ti lascerò il guscio per ricordarti del male che le hai fatto. E quando arriverà la terza donna, troverà i resti di ciò che tu hai abbandonato e sacrificato: allora potrà solo scegliere me.
Morte chiuse gli occhi un istante.
Non era esitazione. Era calcolo. Era la consapevolezza di ciò che significava scendere quel gradino in più.
Poi li riaprì, neri e lucidi come acqua di pozzo.
– Ti sbagli, sorella. Tu non la toccherai perchè se ci provi …- fece un passo verso Guerra, col volto senza tempo, con le sue parole che ferivano come lame affilate -…il mondo e io ti restituiremo il colpo con interessi che neppure tu potrai sopportare.
Guerra sghignazzò.
– Hai paura, finalmente Morte ha paura! – Allargò le braccia e fece un giro su sè stessa, la sua risata sguaiata e arrogante si propagò per tutta la chiesa fino all’orizzonte
– Non è paura – disse Morte – è il limite. E tu stai per oltrepassarlo.
La minaccia di Guerra restò sospesa, come una spada tenuta per la punta.
Nella savana Guerra girava intorno a Namashe, addormentata nel suo letto, con passo lento, misurato, quasi sensuale, come una pantera che gioca con la sua cena. Le spalle larghe sotto l’armatura, i riccioli dorati lo facevano sembrare bellissimo, neppure gli occhi corrotti e ingordi riuscivano a scarnire la bellezza di quel viso da dio.
– Se fai un passo verso la terza donna, – sibilò Guerra a Morte – la spezzo. La spezzo tutta. La storia, le ossa, la voce. E la tua colpa ti rimarrà addosso come una seconda pelle e finalmente soffrirai
Morte trattenne il fiato sugli scalini della chiesa, il volto impassibile, il vento addosso.. E dal nulla, nella savana e nella chiesa emerge una voce:
– Che poesia sprecata, minacciare ciò che non puoi tenere.
Guerra si voltò verso Giustizia, la sorpresa apparve sul suo viso. Ma lui rispose con una smorfa sulle labbra.
– E’ qui sorella, la vedo, la tocco, niente e nessuno, nemmeno tu potrai impedirmi di frantumarla e far soffrire quello stupidio dio della Morte.
Ma mentre sussurrava quelle parole e la sua mano si allungava verso la donna africana si rese conto di riuscire a toccare solo il vuoto.
Namashe era al sicuro sulla soglia dello sguardo di Giustizia, sospesa in una quiete che non aveva peso.
– Che trucco è questo?
Il viso di Guerra adesso era contratto in una smorfia, non si aspettava Giustizia, non si aspettava che aiutasse Morte, non in quel modo.
Gli occhi di Guerra si strinsero, pieni di furore e incredulità.
– E’mia, rendimela! – sibilò furioso.
– Sempre così brutale – sospirò Giustizia – come un martello che crede che tutto sia un chiodo.
– Sorella mia, io prendo sempre ciò che voglio, e tu lo sai…
Giustizia gli sorrire, un sorriso così sottile da sembrare una cicatrice.
– Allora guarda qui Guerra….
Le pupille di Giustizia si dilatarono come due porte d’ossidiana, così nere e profonde che sembravano specchi e Guerra si vide riflessa: non il volto orgoglioso che indossava da millenni e che mostrava al resto del mondo, ma si vide tutta. I villaggi bruciati, i cadaveri sui ponti, il pianto tagliato dalle bombe, l’odore di ferro e sangue, i corpi senza volto e senza nome, il dolore di chi resta.
Giustizia la guardò. La vide. La sentì. La pesò.
Guerra barcollò stordita e fece un passo indietro, un passo che nessuno le aveva mai visto fare.
– Chi… chi mi hai mostrato? – sussurrò con un filo di voce.
Non domandò cosa ma domandò chi. È questo era tutto il suo smarrimento.
– Te stessa sorella mia – rispose Giustizia – senza i tuoi trucchi e i tuoi belletti, senza i tuoi riccioli biondi, senza le tue menzogne, senza la tua arroganza, senza filtri. Tu sei questa, un eterno dolore, la rabbia furibonda, la disgrazia che nessuno si augura mai
Guerra serrò le mani, tremavano leggermente, un tremito che neanche lei riconobbe.
Giustizia chiuse lentamente gli occhi. La donna africana tornò nel mondo, accanto a lei, intera.
Guerra la guardò, ma non provò nemmeno a muoversi, sembrava inchiodata al terreno da quello che aveva visto nella bilancia della sorella.
Solo allora Giustizia si voltò verso Morte:
L’aria cambiò, come se qualcuno avesse spezzato un incantesimo e il mondo trattenne il respiro.
il IV RINTOCCO sarà pubblicato mercoledì 11 Marzo 2026
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© 2026 Sandra Pilacchi – “5 Rintocchi”.
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