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XXI – IL MONDO
Morte sparì dal molo senza rumore, lasciando lì le sue sorelle. Non aveva voglia di discutere: voleva pensare. Riapparve sul suo trono di pietra, accavallò le lunghe gambe e il kimono scivolò di lato, liberando tutti i sette strati di seta. Sigilli neri più del nero scorrevano sui bordi, in un moto perenne; leggerli era quasi impossibile.
Guardò Torre e Temperanza. Nell’aria aleggiava ancora la presenza della Papessa: fra le colonne, sulla superficie liscia dell’acqua, sospesa come un leggero odore di gelsomino. Ora che i sentimenti erano stati svelati, si vedeva quanto fossero stravolte.
Morte si voltò alla sua destra e vide lo scranno. Tempo stava tornando.
Ecco spiegate quelle facce. Tempo, il fratello ribelle, colui che forse per primo aveva “sentito” ed era scomparso per eoni. Eppure il suo dovere lo aveva sempre svolto, in un equilibrio perfetto e inesorabile. Adesso arrivava insieme al quinto rintocco: era il quinto rintocco.
Morte non disse una parola, non emise alcun suono. Il suo sguardo rimase duro e ardente, finché sparì. Torre e Temperanza scossero il capo, sospirando. Che carattere incredibile aveva.
Riapparve in una stanza accaldata, in una notte stellata di savana. Nel letto, Namashe dormiva agitata, il corpo scosso da piccoli spasmi. Morte si sedette sulla sedia impagliata nell’angolo e la osservò. Era una delle sue fissazioni: guardarla dormire. Lo calmava. Ora sapeva dare un nome a quella sensazione, lo ancorava alla vita, al presente.
Rimase lì mentre la notte scoloriva nell’alba e il sole cominciava a illuminare quella porzione di esistenza. Namashe lo sentì prima ancora di vederlo, mentre si ridestava nella luce del giorno. Si stirò, mormorò il suo buongiorno e lo guardò, mentre un sorriso gli apriva le labbra.
A volte succedeva: lo trovava così al risveglio, immobile e adorabile, con quello sguardo acceso. Ogni volta che accadeva, per lei il mondo tornava al suo posto. Si compiva.
Si alzò e andò incontro al suo dio. Si fermò a pochi centimetri da lui e lo guardò: aveva un’espressione strana, indecifrabile persino per lei. Appoggiò la mano sulla sua testa e gli scompigliò i capelli.
– Siamo adirati stamani, mio signore? – disse con una punta di divertimento.
Morte la guardò. Non rispose. Rimase seduto e l’abbracciò, appoggiando la testa sul suo petto. Sentì il ritmo del suo cuore: ordinato, costante, consolatorio. Pensò che doveva essere bello nascere da una donna; nell’utero, il primo riferimento di un essere umano doveva essere proprio quel martellio caldo e rassicurante. Inspirò l’aria intorno a lei, cercò il suo profumo, lo volle dentro di sé.
– Sta tornando. “Lui” sta tornando.
La voce era bassa, calma. Così calma che un brivido attraversò le ossa della donna africana. Namashe non chiese. Aspettò.
– Tempo sta arrivando.
Fece una pausa, senza alzare il volto. Sentiva le mani di lei nei suoi capelli, i movimenti lenti delle carezze. Sentiva il suo cuore, sentiva lei tutta intera, e non voleva pensare ad altro. Morte rimase in silenzio ancora per un poco, poi parlò. Non guardava Namashe, guardava un punto che non era nella stanza.
– Tempo non è arrivato dopo di noi. È nato prima che potessimo capirlo.
Morte guardò la donna africana negli occhi e poi appoggiò di nuovo la testa sul suo petto.
– Noi siamo apparse come forme. Io sono il limite, Torre la rottura, Temperanza la misura, Giustizia è la bilancia, Giudizio è chiamata. Siamo forze riconoscibili. Tempo invece è disagio, porta con sé la sensazione che nulla, nemmeno noi, potesse restare identico a se stesso.
Inspirò lentamente, come se l’aria avesse peso.
– È stato il primo a sentire. Non a sapere: a sentire. Io ho trovato te perchè cercavo quello che lui sapeva. Sapeva che anche gli dèi passano. Che anche l’eterno ha una tensione interna, una fatica. Nella sala si sforzava, non sopportava l’immobilità delle colonne, l’illusione della quiete.
Fece un sorriso breve, senza gioia.
– Io sono diventata il riferimento perché offro una fine. Una forma chiusa. Gli esseri hanno bisogno di me per non impazzire. Con me anche tu puoi dire: qui finisce la mia vita. Con lui no. Con lui tutto continua, con lui tutto torna, tutto ricomincia, anche quando vorresti smettere.
Abbassò la voce, adesso era un soffio.
– Tempo non si è mai ribellato davvero. Questa è la parte che nessuno racconta. Ha continuato a far girare i mondi, a consumare le stelle, a logorare tutti, anche sé stesso insieme a noi. Ha svolto il suo dovere con una precisione crudele. Ma ha smesso di sedersi sul suo scranno, la punizione per noi, per le sue sorelle. È fuggito perché restare avrebbe significato mentire.
Si passò una mano sul volto, gesto umano, sembrava stanco. La pelle bianca e liscia come ebano era fredda sotto il tocco delle mani di Namashe ma le non smise di accarezzarla.
– È diventato geloso di me, sì. Ma non per il potere. Per l’amore.
Chiuse gli occhi, il dolore passò sul suo volto scivolando via.
– Le sue ali sono grandi e belle. Lui è bello come solo il Tempo può essere: quando sorride è come se il tutto si aprisse per restare a guardarlo.
Tolse gli occhi da quelli di lei, quasi imbarazzato per quello che stava per dire
– Le sue ali sono enormi perché devono coprire tutto ciò che accade mentre noi distogliamo lo sguardo. Non sono bianche: il bianco assolve. Tempo non assolve niente. Porta addosso tutti i colori, perché porta addosso tutto, sempre: nel presente, nel passato e nel futuro.
Tacque un istante.
– Ora torna perché non puo’ farne a meno, qualcosa si è incrinato. Qualcuno vive senza attendere una fine, senza misurare il dopo. Questo lo chiama. Anche se nessuno pronuncia il suo nome.
La sua voce si fece più bassa.
– Quando entrerà, Namashe, non verrà a distruggere. Verrà a ricordarci che nulla è mai stato fermo. Nemmeno noi. Nemmeno io. E non so cosa potrà succedere.
Si zittì.
E in quel silenzio, per la prima volta, Tempo sembrò già presente.
III – L’IMPERATRICE
Il silenzio era più antico della memoria. Le sorelle erano lì, figure appena nate dal nulla, sospese in uno spazio dove il tempo non aveva ancora imparato a misurarsi. La luce non era luce, ma una vibrazione che attraversava tutto ciò che esisteva e ciò che ancora non esisteva. Si guardavano l’una con l’altra, ancora sconosciute eppure unite da un micelio invisibile che penetrava ovunque in loro.
Un lampo squarciò il silenzio.Videro prima le sue ali che si spiegavano come universi in espansione, enormi e di tutti i colori. Ad ogni battito il presente tremava, il passato sussurrava e il futuro si piegava leggero. Ogni respiro che prendeva faceva vibrare l’essenza stessa delle sorelle, facendo correre brividi lungo le colonne invisibili della loro coscienza.
Il suo sguardo attraversava tutto: non vedeva solo Morte ma vedeva tutti i fili che avrebbe raccolto in tutti i tempi. La sua presenza era inquietante, era come se fosse sempre stato. La realtà stessa si piegava sotto il peso del suo arrivo: piccoli bagliori di esistenza si deformavano, eppure non cadevano, oscillavano come semi pronti a germogliare.
Le sorelle sentirono il mondo tremare senza sapere perché. Tempo era lì, al centro e ovunque, e con un solo battito di ali sembrava ricordare loro che nulla sarebbe rimasto fermo: nemmeno l’amore, nemmeno la paura, nemmeno le leggi che pensavano di dominare. Le aveva riportate all’inizio, era tornato e aveva riavvolto il tempo per loro, ed ora erano dove tutto era cominciato. Ma adesso anche loro “sentivano”.
Mentre chiudeva le ali lentamente, Tempo sorrideva. Non era gioia né dolore: era presenza pura, quella forza che precede tutto, quella che fa nascere la vita e la trasforma, senza chiedere permesso, senza fermarsi mai. La sala delle colonne apparve e tutte erano sedute sul proprio scranno.
– Sorelle… – dischiuse appena le ali alzandosi e facendo un breve inchino per loro. I lunghi capelli argentati svolazzarono intorno a lui – Sorelle mie… sono eoni che non ho il piacere della vostra compagnia.
La sua faccia non tradiva emozioni, il sorriso leggero era lo stesso di sempre, un po’ sornione, un po’ annoiato. Solo gli occhi non riuscivano a nascondere le emozioni. Fra tutta quella ridda di colori brillanti, guardando bene, Morte vide solitudine, nostalgia, amore e anche un pizzico di contentezza.
– Ho pensato che avreste continuato senza di me per sempre – disse, con voce calma, un filo di sarcasmo che vibrava appena – e invece eccoci. Voi, ferme come colonne, e io… io a rincorrere quello che resta sospeso.
Morte non rispose, lo osservava. Tempo inclinò leggermente la testa, quasi a sfidarla, e sorrise di nuovo.
– Non cercate di lenirmi, vi prego, – continuò, quasi mormorando tra sé e le ali – non è questo che voglio. Sono qui perché… perché mancava qualcosa. E forse mancavo io a me stesso.
Un battito d’ali lieve fece tremare l’aria. Era un avvertimento e una carezza insieme: l’ironia era una corazza, ma sotto c’era tutto. Ogni sorella lo percepiva, anche senza parole.
Morte si alzò. L’aria nella sala divenne immobile, era riuscito a fermare anche “il tempo”. Un sopracciglio si alzò sul suo volto, scese gli scalini del trono e si lisciò il kimono sulla vita con noncuranza. Alzò lo sguardo e piantò i suoi occhi in quelli di Tempo.
– Mi sei mancato fratello.
La nuda e cruda verità senza giri di parole o fronzoli ermetici. Tempo non si scompose ma un lampo di luce attraversò la sala, riflesso dei suoi occhi che non riuscivano a mentire. Morte lo aveva spiazzato, lo aveva sempre fatto. Il suo vizio di essere diretto lo coglieva sempre alla sprovvista, era bello ricordarlo in quel modo, con lui davanti.
– Credi che sia stato facile o piacevole per noi stare senza di te?
Morte lo fissò ancora e gli occhi di Tempo passarono dal rosso al turchese fino ad arrivare all’oro fuso.
– Hai mai pensato a noi senza di te? Hai mai provato a farti trovare? Che vantaggio hai ricevuto da questo abbandono? La nostalgia o la solitudine? – i suoi occhi erano adirati – Ti sono bastate?
Lo stava rimpoverando, questo Tempo comprese.
Era arrivato con tutta la sua arroganza, era tornato facendo finta di non voler tornare e lui lo stava rimproverando come se fosse stato un fratello maggiore. Una fitta lo trapassò. Non aveva mai guardato la questione da questo lato della storia, mai in tutti i tempi. Si era eletto a vittima sacrificale senza pensare a loro.
Temperanza gli si avvicinò con piccoli passi, con delicatezza e tese la mano verso di lui. Tempo sgranò gli occhi, un lampo cremisi attraversò la sala. Temperanza sorrise e si avvicinò ancora, con voce leggera parlò.
– Posso toccare le tue ali fratello mio?
Tempo la guardò ma il suo viso rimase impassibile. La mano di Temperanza si avvicinò e lui non si mosse. La dea alzò gli occhi e lo guardò:
– Posso?
Un sussurro, niente di più di un sussurro e poi, non ricevendo parole in risposta, la sua mano si appoggiò leggera sulle piume delle ali colorate. Un fremito scosse Tempo e le sue ali. Finalmente. Quello che aveva voluto per tutto il tempo dell’esilio era quello: che loro sentissero e fossero curiosi di sentire. E di quel “sentire” lui aveva bisogno altrimenti non avrebbero potuto aiutarlo a riallineare tutto il tempo, tutti i piani. Rimase in piedi, le ali chiuse come se contenessero un mare. Prese delicatamente la mano di Temperanza con le sue, non guardava nessuno in particolare. Quando parlò, la sua voce era antica.
– Non sono andato via per ribellione e non sono tornato per ribellione – disse. Sono tornato perché la mia promessa vive… e io non riesco a toccarla.
Una vibrazione attraversò la sala. Le colonne si piegarono sparendo nel tempo per riapparire un attimo dopo.
– Le è stato dato un dono che sembra innocente: vivere tutta nel presente. Nessuno prima che pesi, nessuno dopo che la chiami. Ogni istante è pieno, autosufficiente. Non chiede continuità.
Si fermò un attimo. Gli occhi mutarono colore, come se stessero cercando un nome che non volevano pronunciare.
– Io non la posso vedere. Io esisto solo dove qualcosa cambia. Dove si aspetta. Dove si perde e si ricorda. Lei no. Lei accade… e basta.
Un’ombra passò sulle sue ali.
– È la mia promessa sposa. Ma non mi attende. E senza attesa, io non arrivo. – Il sarcasmo provò ad affiorare, ma si spense subito – Ogni volta che mi avvicino, lei è già altrove. Non perché fugga, ma perché non resta. Non trattiene. Non misura. Vive come se il tempo fosse un dettaglio, non una ferita, come se io non esistessi.
Finalmente guardò Morte.
– Tu almeno sei temuto. Sei invocato. Io no. Io sono dato per scontato. E lei più di chiunque altro. Non mi nega: mi ignora.
Il silenzio diventò pesante. L’acqua del pavimento vibrò all’unisono alzandosi in microscopiche gocce per poi precipitare di nuovo.
– È per questo che il rintocco è suonato. Perché una promessa senza attesa non è amore: è sospensione sterile. E io… io non posso esistere dove nulla aspetta di diventare.
Chiuse gli occhi un istante.
– Se non impara ad attendere, io non la raggiungerò mai. E se io non la raggiungo, qualcosa nel mondo resta incompiuto. E l’ordine che conosciamo finirà tragicamente.
XVI – LA TORRE
Il pavimento d’acqua tremò, ancora.
Una vibrazione secca, non ciclica, non prevista. Morte fu la prima a voltarsi.
– Questo non è un rintocco – disse. – È una frattura.
Torre sorrise. Non un sorriso compiaciuto: un sorriso inevitabile. Si alzò e stiracchiò le lunghe membra.
– Ho spezzato il passaggio.
Tempo alzò lo sguardo di scatto. Le ali si aprirono enormi, come se avessero perso il ritmo.
– Quale passaggio? – La sua voce era bassa e terrificante.
– Quello che non prevedeva soste – rispose Torre. – Un ponte che esisteva solo perché nessuno lo guardava davvero.
Temperanza si irrigidì e le sue labbra morbide sussurrarono
– Hai fermato qualcuno…..
– No – disse Torre, calma. – Ho tolto l’unica cosa che le permetteva di non fermarsi mai. Adesso dovrà attendere.
Un silenzio pesante scese nella sala, era così spesso che si poteva sentirne il peso. Tempo fece un passo avanti preoccupato mormorando .
– Lei non deve fermarsi, mai….
Morte gli fu addosso in un attimo come volesse fermarlo
– Lei deve fermarsi se deve esistetre
- Lei deve fermarsi, se deve esistere.
Gli occhi di Tempo mutarono colore, instabili.
– Vive nel presente – disse, come se fosse una difesa. – Non conosce attesa, non conosce dopo. Se si ferma… si spezza.
– No fratello mio – rispose Morte. – Lei deve fermarsi. Se si ferma, ricorda.
Un’altra vibrazione attraversò la sala. Più lontana. Più umana.
L’Eremita apparve all’improvviso sul piano sovrapposto della chiesa sconsacrata. Sollevò la lanterna. La fiamma non tremava.
– È smarrita – disse piano. – Non sa cosa ha perso, ma sente l’assenza. La sensazione che qualcosa le cammini accanto senza mai farsi vedere.
Tempo chiuse gli occhi.
– Non doveva succedere così.
– Non succede mai come vuoi tu – ribatté Torre. – Io rompo. Tu rincorri. È sempre stato questo l’accordo.
– Io non l’ho mai firmato.
– Certo che lo hai firmato, lo hai fatto quando sei sparito.
– Lo hai fatto – disse Morte. – Ogni volta che hai lasciato qualcuno vivere senza fine, senza memoria, senza incontro, lei è la tua firma.
La lanterna dell’Eremita si inclinò, come se indicasse una direzione invisibile.
– Le guiderò – disse. – Tutte e due, le guiderò verso un arresto. E sarà il primo nella loro esistenza.
Tempo riaprì gli occhi. Erano fermi, finalmente.
– E se mi riconosce?
Morte sorrise, duro.
– Allora il presente non le basterà più e verrà da te.
XVII – LA LUNA
Il ponte si era spezzato abbastanza. Una frattura netta che separava le due estremità.
Quello che Torre aveva interrotto non era solo un passaggio, ma un’abitudine millenaria: il moto senza attrito, il vivere senza ferite. La quinta donna, Erera, arrivò guidata dalla luce dell’Eremita che si accasciò sfinito sul pavimento della Chiesa. Si fermò a qualche passo da una figura eterea che era rimasta ferma a guardare la frattura. La promessa sposa era ferma sul bordo del ponte, come se il mondo avesse smesso di parlarle.
Alta, pallida, i capelli del colore della luna velata cadevano sulle spalle senza peso. Il bianco che la vestiva non era un abito ma un’attesa, una continuità senza inizio né fine. Sembrava più tenuta insieme che vestita.
Guardava la frattura del ponte, la voragine senza fondo, ma i suoi occhi erano altrove. Aperti, sì, presenti no. Non era l’abisso a paralizzarla: era ciò che mancava alle sue spalle.
Smarrita, come chi ha dimenticato perché stava camminando. Immobile, non per paura, ma perché scegliere un passo le era diventato impossibile.
In lei vibrava qualcosa di muto: un nome non ricordato, un richiamo che non sapeva ancora di dover ascoltare.
Il corpo di Erera fu attirato verso la donna fuori dal tempo da una forza irresistibile, un urlo le salì alla gola, ma non uscì. Non era dolore fisico: era ricordo che pretende carne.
– Tempo….. – mormorò, senza sapere perchè quel nome le stesse stappando il petto.
La promessa sposa la raggiunse allora, non più come ombra ma come forza contraria. Non entrò in lei con dolcezza. Si scontrò.
Il corpo tremò. Le ossa cantarono. Erera cadde in ginocchio.
– Io non ti ho aspettato – disse, con rabbia improvvisa. – Io non so aspettare. – La voce della promessa sposa veniva da dentro del corpo di Erera.
– Lo so. Per questo sei sopravvissuta.
Quando si fusero, il ponte non resse più nemmeno come idea. Si dissolse del tutto e ciò che rimase fu uno spazio vuoto che chiedeva un nome.
Tempo portò una mano al petto. Per la prima volta non controllava ciò che stava accadendo.
– Sta scegliendo – mormorò
– No – lo corresse Morte. – Sta ricordando.
Erera urlò. Un urlo vero, sporco, che attraversò le ere come una fenditura. La luce si spense e si riaccese più volte. Quando tornò stabile, il corpo a terra non era più lo stesso.
Si alzò lentamente.
I capelli non riflettevano più tutti i colori ma li assorbivano. La pelle aveva la pallidezza delle cose che non appartengono al giorno. Gli occhi… gli occhi erano cambiati.
Non guardavano in avanti, guardavano di lato, come fa chi conosce il buio.
– Io sono… – disse, e si fermò.
La sala delle colonne reagì prima delle parole. Uno scranno si mosse.
La pietra antica gemette, come se non fosse mai stata usata fino a quel momento. Accanto a quello di Tempo, lo spazio si piegò e un nuovo trono emerse, scolpito non nella luce ma nella riflessione della luce.
Temperanza portò una mano alla bocca.
– No… – sussurrò.
Morte sorrise. Un sorriso sottile, feroce, compiaciuto.
Erera fece un passo avanti. La sua ombra non la seguì: si dispose dietro di lei come un alone.
– Io non sono Erera – disse infine. – Erera era il mio corpo che camminava. Alzò lo sguardo verso le sorelle. – Io sono Luna, la sorella dimenticata.
Il nome fece tremare le colonne. Non perché fosse nuovo, ma perché era stato rimosso.
Tempo si alzò in piedi. Lentamente. Come se temesse che un gesto troppo rapido potesse farla sparire di nuovo.
– Tu… – la voce gli si spezzò. – Tu non dovevi incarnarti. – Luna lo guardò. Non con amore. Non ancora.
– E tu non dovevi andartene.
Silenzio. Poi Luna si sedette sullo scranno appena nato. La pietra la riconobbe. Si assestò. Smise di tremare.
Il quinto rintocco non suonò, respirò insieme a lei. Morte osservò i due scranni, ora affiancati.
Tempo non lo guardava. Luna sì. E in quello sguardo non c’era giudizio, né richiesta. C’era la pace di chi ha ricordato e un muto ringraziamento.
Capì allora che finalmente non doveva più reggere da solo il senso di ogni cosa.
Non era più la soglia obbligata, l’ultima parola, ma era una delle parole. Necessaria. Non assoluta.
E per la prima volta da quando esisteva, sentì che poteva fermarsi senza tradire il proprio compito. Poteva amare ciò che muore, senza affrettarlo.
Poteva restare, senza consumare. Il quinto rintocco non li aveva chiamati, li aveva liberati.
La chiesa sconsacrata respirò come un corpo vivo. Le colonne antiche e sbocconcellate non erano più solo pietra: erano anche quelle della Sala, trasparenti e sovrapposte, visibili a chi sapeva guardare.
Le Dee erano lì. Non come apparizioni, ma come presenze necessarie.
Una bambina vestita di bianco entrò con un cesto di fiori bianchi tra le braccia. I suoi passi erano incerti, non per paura, ma per rispetto. Guardò l’altare, poi oltre l’altare, come se vedesse ciò che gli altri non potevano. Si fermò. Depose i fiori a terra, uno alla volta.
Alzò lo sguardo verso le colonne che non avrebbero dovuto esserci e sorrise appena.
– Brave, siete state brave – disse.
Non era una preghiera. Era un riconoscimento.
Fece un inchino lento, profondo, come si fa davanti a chi ha continuato a esistere anche senza essere guidato.
Quando uscì, la chiesa tornò chiesa. La Sala tornò altrove.
Ringrazio chi ha letto fino alla fine, grazie di cuore e fatemi sapere!
© 2026 Sandra Pilacchi – “5 Rintocchi”.
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Il sigillo del continuum ritornò al suo posto, tutto era compiuto.