Il giorno del raccolto – Come radici, come tamburi

Come radici, come tamburi

C’è chi ama le storie dritte, dritte come una superstrada.
E poi ci sono quelli che amano le strade di campagna, dove ogni curva ha il suo perché, e ogni buca ti fa sentire vivo.
Questa è per loro.
È per chi ha voglia di restare un po’ di più, di leggere fino in fondo, anche se le frasi sono lunghe, anche se si suda, anche se non c’è il lieto fine confezionato.

È un raccontino, ma anche un rituale. Un richiamo al raccolto, alla tempesta, alle sorelle che ballano nella notte e si riconoscono dal cuore che batte come un tamburo.

Chi ha fretta può passare oltre.
Chi invece sente qualcosa che vibra dentro — resti.
Perché questa storia non è perfetta. È vera.
E forse anche tu, leggendola, ti sentirai VERO.

Prima dovresti leggere  QUESTO che è la versione a cui risponde il racconto…..

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Come radici, come tamburi

E’ arrivato il giorno, il giorno del raccolto.

Tutto l’anno a seminare: in autunno si scelgono i semi, in inverno si infilano sotto terra, al caldo, sotto la neve che farà loro da coperta, in primavera si vedono le piante, spuntano come funghi nei prati e nei campi, e adesso in agosto si raccoglie, si raccoglie il frutto del lavoro di un anno intero.

Un anno di marce indietro ma di grandi progressi, di passi incerti ma costanti, di sguardi introspettivi anche dove non vorresti guardare fino a sedersi, finalmente, sotto la grande quercia al centro del campo di grano che ondeggia nel vento prima della mietitura, prima del taglio.

E tu te ne stai lì seduta, al fresco sotto le fronde accoglienti, mentre ti appoggi alla solidità del tronco e ne trai giovamento e sostentamento, e lasci che le tue radici si infilino insieme a quelle della quercia e che vadano ad unirsi con le altre miriadi di radici di tutte le piante di quel prato, del bosco al limitare e di tutti i boschi.

Mi sento anche io un albero seduta qua sotto, non c’è più aria di tempesta, ieri sera ha infuriato come un’onda di tsunami e ha spazzato via l’aria afosa di questo agosto lasciandola pulita e limpida, una gioia da respirare.

Ma ieri sera faceva paura mentre noi ballavamo la nostra canzone, ognuna diversa ma tutte insieme. Siamo un canto di gioia, nasce spontaneo quando siamo insieme, sembra impossibile ma tutte insieme potremmo muovere una montagna se lo volessimo. E  ieri sera il tamburo batteva al ritmo del nostro cuore, percuoteva la nostra anima e la rendeva felice di esserci, solamente quello. E ballare su quella musica mi ha inebriato. I piedi andavano da soli, i fianchi si muovevano spinti da una forza primordiale, i piedi scalzi tastavano il terreno e il naso annusava la tempesta. Al riparo dai fulmini che cavalcavano il cielo e sotto le nuvole che nascondevano la luna piena ho ballato, ho raccolto, ho condiviso. Ho ballato come non ci fosse un domani, come se contasse solo quel momento, il presente. E ho riso, a crepapelle, mentre ballavo con le mie sorelle. E quando ho visto arrivare rocambolescamente Margot sporca di humus, di foglie, di terriccio e bagnata di fulmini e lampi l’ho agguantata e l’ho portata a ballare con me, con noi.

Le ho risistemato i vestiti stropicciati con mani gentili, ho allungato la gonna, accomodato il colletto della camicia e gli ho accarezzato gli occhi con il mio sorriso. L’ho presa sotto braccio e l’ho portata a ballare con noi, l’ho messa in mezzo così che tutto e tutte  fossimo con lei che cammina sul ponte tibetano con passi incerti, l’ho messa in mezzo per dirle, senza parlare,  che non può cadere, che la raccattiamo noi prima che tocchi il suolo, sempre e comunque, perché le sorelle fanno così. E se il cuore geme e soffre deve riempirlo dei nostri sorrisi, dei nostri abbracci, delle nostre cure. Un sorriso, un passo di danza, un tamburo che suona, il vino, il pane e le (nostre) sfogline: cosa può sorreggerti meglio sul ponte tibetano se non noi?

E allora andiamo, nous allons, andiamo tutte insieme verso questo ballo che si chiama vita, in questa corsa che ci porta oltre i confini che c’eravamo imposte, che ci fa fiorire il coraggio nelle ossa e il sorriso sui denti, che ci fa ballare in preda all’ardore e ci rende felici.

Andiamo, raccogliamo tutto quello che abbiamo seminato.

 

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