Crackers croccanti con esubero di licoli al sesamo nero – ricetta facile e zero sprechi

Crackers croccanti con esubero di licoli al sesamo nero

Crackers croccanti con esubero di licoli al sesamo nero

Oggi il giorno e la notte si guardano negli occhi e, per un attimo preciso, smettono di litigare.

È l’equinozio di primavera.
Una soglia. Non una data.

C’è chi pulisce casa, chi apre le finestre, chi fa liste di buoni propositi.
E poi ci siamo noi, che impastiamo.

Perché certe cose non si spiegano: si mescolano.

Farina, acqua, esubero di licoli — scarti vivi, ribelli, che non vogliono essere buttati via.
Un po’ come certe versioni di noi.

I semi, quelli che vanno piantati prima dell’inverno perchè devono stare al caldo sotto la terra nera e la neve bianca, oggi sono semi speciali.

Oggi i nostri semi sono antenne.
Assorbono luce nuova, si caricano di promesse, di sussurri antichi.
Se le scaldi tra le dita rilasciano odori che sembrano ricordi che non sapevi di avere.

I semi sono le nostre antenne.
Assorbono luce nuova, si caricano di promesse, di sussurri antichi.
Se le spezzi tra le dita, rilasciano odori che sembrano ricordi che non sapevi di avere.

, oggi, non sono solo erbe.
Sono antenne.
Assorbono luce nuova, si caricano di promesse, di sussurri antichi.
Se le spezzi tra le dita, rilasciano odori che sembrano ricordi che non sapevi di avere.

Le streghe — quelle vere — non volano.
Impastano.
Trasformano.
Aspettano.

Sanno che ogni equilibrio è solo temporaneo,
che ogni luce ha bisogno della sua ombra per esistere.

Crackers croccanti con esubero di licoli al sesamo nero

Musica per l’impasto

Djo, End of Beginning

Questi crackers nascono così:
da un avanzo, da un passaggio, da un momento sospeso tra ciò che finisce e ciò che comincia.

Croccanti, imperfetti, un po’ selvatici.
Come la primavera quando non ha ancora deciso cosa diventare.

Se ti stai chiedendo come usare l’esubero di licoli, questa è una risposta semplice.
Se invece cercavi solo qualcosa di buono, croccante e fatto in casa… ci siamo capiti

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Pane Novecento di Pontassieve: la Ricetta Originale del Dolce Arrotolato con Marmellata di Albicocche

Il Pane Novecento di Pontassieve: nel dopoguerra i paesi avevano fame, ma avevano anche memoria. E nei forni dei piccoli borghi la memoria prendeva spesso la forma del pane.

Pane Novecento di Pontassieve: la Ricetta Originale del Dolce Arrotolato con Marmellata di Albicocche

Nel mio paese, esattamente fra Pontassieve e San Francesco, nel cuore del borgo storico, c’erano allora quattro fornai: il Mannelli, il Trotta, Gallina e un altro Mannelli e poi la bottega di S.Francesco di Sciascia al di là del ponte dei Frati (Ponte Mediceo costruito in mattoni rossi verso la metà del 1500 per conto di Cosimo I de’ Medici). Quattro botteghe, quattro mani infarinate, quattro modi diversi di tenere viva la stessa antica arte. Il pane non si buttava mai, naturalmente. Gli scarti dell’impasto del giorno venivano “riaggiustati”, come si diceva allora: un po’ di farina, un po’ di zucchero, qualche uovo quando c’erano, un po’ di burro e quel tanto di fantasia che nasce quando bisogna arrangiarsi.

Fu così che uno di quei fornai ebbe un’idea semplice e geniale: stendere quella pasta recuperata, spalmarci dentro della marmellata di albicocche e arrotolarla su se stessa. Ne uscì un pane diverso dal solito, morbido, profumato, con due punte più croccanti e con quel cuore dolce che compariva a spirale quando lo si tagliava.

Il Pane Novecento di Pontassieve cominciò così: non come una ricetta scritta, ma come un gesto di bottega. Poi accadde la cosa più naturale che potesse succedere in un paese: la ricetta uscì dal forno e entrò nelle case. Ogni famiglia iniziò a rifarlo a modo suo. Chi aggiungeva più zucchero, chi più burro, chi usava una marmellata fatta in casa, chi lo lasciava appena dolce, quasi un pane.

Col tempo nacquero tante piccole varianti quanti erano i tavoli di cucina.

La mia ricetta è quella di mia nonna, forse addirittura della mia bisnonna. Comunque è la ricetta di famiglia.

L’ho ritrovata qualche anno fa mettendo a posto vecchie scartoffie: fogli ingialliti dal tempo e profumati di zucchero, arrotolati e legati con un filo rosso, lasciati in un cassetto a fare da memoria.

È stato un tuffo al cuore ritrovarli: scritture semplici, errori ortografici, patacche di zucchero e di burro, le stesse ricette ripetute più volte con piccole varianti. Profumo di casa e tanta nostalgia.

Poi, proprio in questi giorni, è saltato fuori Andrea, il Boccia, della Pizzeria Centrale , che mi ha chiesto se conoscevo la ricetta o comunque com’era la “mia” del Pane Novecento di Pontassieve. Mi ha raccontato che anche Slow Food si sta interessando a questo dolce antico e che c’è persino l’idea di farne un presidio, anche se la strada è ancora lunga.

Così ho colto l’occasione per tornare a sentire i profumi di quando ero bambina.

Negli anni me ne sono quasi dimenticata. Mia figlia no: ha detto che il Pane Novecento lo aspettava a gloria.

E allora adesso andiamo con la ricetta rielaborata con dieci anni di esperienza in lievitazioni e pani…..

Pane Novecento di Pontassieve: la Ricetta Originale del Dolce Arrotolato con Marmellata di Albicocche

Musica per l’impasto

End of Beginning, Djo

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Pane di Semola Rimacinata 100% con Licoli – 80% Idratazione e Lievito Madre Liquido

Pane di Semola Rimacinata 100% con Licoli – 80% Idratazione e Lievito Madre Liquido

questo pane di farina di semola 100% è stata una delle ultime sfide in questi tempi burrascosi. chi mi conosce sa che, almeno con i lieviti, sono una perfezionista: se le cose non sono come dico io si va avanti, si prova e si riprova. si insiste fino ad arrivare al risultato che io ho in testa. con la semola è andata così. questo è il terzo tentativo e non è ancora come lo voglio io esteticamente ma non ho potuto fare a meno di pubblicarlo perchè era strepitosamente buono.

crosta croccante e saporita mollica soffice e alveolato quasi come una farina di grano tenero. il profumo? il profumo non ve lo racconto perchè è indescrivibile, viene solo da affettarlo veloce veloce e buttarci sopra un C di olio buono e assaggiare abbondantemente.

Pane di Semola Rimacinata 100% con Licoli – 80% Idratazione e Lievito Madre Liquido

musica per l’impasto

One Too Many Mornings, The Chemical Brothers

“ἔλπιζε ἀνέλπιστον” dal greco, spera l’insperabile – ERACLITO, frammento B18

Questa è la massima di un frammento più vasto che recita così: «εάν μὴ έλπηται ἀνέλπιστον, ούκ εξευρήσει ἀνεξερεύνητον ἐὸν ἄπορον» «Se l’uomo non spera l’insperabile non lo troverà, poiché esso è introvabile e chiuso alla ricerca.»


Ho questo dolore, quasi fosse un dolore intercostale, fra una costola e la schiena, fra il bronco e la costola, all’altezza del cuore. Non è un dolore furibondo. È solitario e silenzioso, ma fa male.
La vita mi ha insegnato che passerà, che devo dargli tempo, che ci vogliono pazienza e arrendevolezza. Poi non sarà più totalitario: diventerà latente, sornione, ma non sparirà mai del tutto. Si trasformerà in un sottofondo di nostalgia e rimpianto e camminerà con me in tutti i miei giorni.
Perdere una persona cara è così: ti lascia un vuoto da custodire e da ricordare con il sorriso di ciò che è stato.

Ti ringrazio per tutto, amica mia. Per tutto quello che abbiamo attraversato insieme in questa vita, in una vita intera.
Ci siamo conosciute — non ricordo se all’ultimo anno di asilo o in prima elementare — una vita fa. Grazie.

Abbiamo camminato insieme per più di cinquant’anni, nel bene e nel male, come i migliori matrimoni. Ci siamo volute bene, ci siamo scelte e riscelte ogni volta. Ci siamo volute come si vogliono le cose belle. Nel bene e nel male.

Grazie per avermi permesso di stare nella tua vita, in questa tua vita. Grazie per avermi insegnato a sorridere comunque, a vedere il bello in ogni cosa, a non arrendermi mai, a essere testarda e curiosa: me lo hai insegnato con l’esempio. Nella buona e nella cattiva sorte.

“Sandra, vedessi che bello qua!”

Non parlavi di un hotel a cinque stelle. Parlavi dell’hospice, ultima tappa di questa tua vita terrena.
E sopra ci abbiamo ricamato, come sempre. L’hospice è diventato davvero un hotel a cinque stelle: suite con bagno privato, servizio impeccabile a tutte le ore del giorno e della notte, vista panoramica sulle colline fiorentine. Ci siamo prese in giro ancora una volta. Abbiamo ricamato il bello su qualcosa che bella non era.

Via via che i tuoi messaggi vocali diventavano più sfocati ho avuto paura, paura di perderti.
Ci siamo salutate per bene. L’abbiamo fatto per l’ultima volta.
Ti ho promesso che nella prossima vita ti ritroverò. “Aspettami che arrivo.”

E i tuoi occhi mi hanno sorriso un’ultima volta, prima di chiudersi in un sonno artificiale. Mi mancherai.

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