una faccenda di fretta, di sfoglie e di un frigorifero che dice no

qualche giorno fa torno a casa dal lavoro alla solita ora, le 14.30 circa. già mentre guidavo pensavo che avevo fame, parecchia fame. ma pensavo anche al deserto del Sahara che si era preso il posto della mia dispensa e del mio frigorifero. niente pane, nemmeno surgelato, nemmeno avanzato e duro come una suola di scarpa. niente pane…
ultimamente non amo andare a fare la spesa al supermercato, ma a volte diventa l’unica soluzione per una questione di orario. mi dà fastidio il supermercato perché c’è troppa gente, troppe anime, troppa fatica. e allora mi ritrovo spesso con la dispensa vuota e il frigo che langue: l’unica cosa che non finisce mai da me è la farina.
così, mentre apro il frigorifero e guardo il licoli da rinfrescare, il lievito di birra che non c’è, i ripiani vuoti e tristi con qualche ciuffo di insalata, due pomodorini, un po’ di latte (forse anche scaduto), vedo un barattolo di kefir tutto solo e derelitto.
io lo guardo, lui mi guarda (immagino): facciamo qualcosa insieme? me lo chiede piano ma con decisione, si è rotto le scatole di stare lì solo come un sasso su una banchisa di ghiaccio al Polo Nord.
e se per una volta lasciassi in pace il tempo lungo, le pieghe ogni due ore, l’attesa che è quasi una preghiera laica? e se chiedessi al kefir di fare il lavoro sporco, veloce e acido, che scioglie il glutine e regala morbidezza senza pretendere ore in cambio?
le piade (le ho chiamate sfogliate, e poi capirete perché) non sono mie, lo dico subito: sono un prestito dalla Romagna, terra vicina e amica. io qui in Toscana le ho sempre guardate con un misto di invidia e tenerezza, troppo veloci per i miei ritmi.
e invece quel pomeriggio assolato mi sono presa questa libertà: una piada, ma sfogliata, perché la sfogliatura mi piace sempre — quegli strati che si formano quando il grasso incontra la farina e che in cottura si gonfiano, si separano, diventano croccanti fuori e morbidi dentro.
ho impastato in fretta, senza la solita maniacalità. steso, spalmato, piegato, steso di nuovo, sottile. niente forno, niente attese bibliche: solo una padella calda, pochi minuti per lato, e quella sfogliatura che si apriva sotto i miei occhi come una piccola magia domestica.
mangiata calda, strappata con le mani ancora fumante, mi ha insegnato una cosa che forse avrei dovuto sapere già: non sempre la fretta è una mancanza di rispetto verso il cibo, a volte è solo un altro modo di amarlo.
e con il poco che c’era in frigorifero ho fatto anche il companatico: una shakshuka veloce ai pomodorini, essenziale e scarna negli ingredienti ma generosa di spezie e aromi. la shakshuka, piatto di origine tunisina diventato popolare in tutto il Nord Africa e in Medio Oriente, è uova cotte in una salsa di pomodoro speziata, da raccogliere rigorosamente con il pane: un abbinamento semplice e irresistibile.

musica per l’impasto






