la vita da una parte prende da un’altra da. lo fa sempre, di continuo, senza esclusione di colpi, senza discriminazione, senza che nessuno possa intercedere. e così ti ritrovi a cercare il bello dentro le cose terribili e a cercare di capire quale è il messaggio, cosa devi imparare da quella cosa.
fa male, fa un male cane però. la mia tendenza di solito è du sguazzarci dentro in tutto quel dolore. lo analizzo, lo giro e lo rigiro in una mattina in cui non riesci a dormire, mentre la notte diventa alba e il buio diventa meno fitto. l’ho evitato per svariati mesi, adesso ci devo fare i conti, come sempre. e questa volta se ne va via un altro pezzetto della mia vita, una amica così bella che perderla mi dilania. una morte annunciata, l’attesa è la cosa più terribile. aspettare. aspettare un miracolo perchè lei ci ha abituato ai miracoli fin da sempre.
ma vederla mentre si spegne lentamente con coraggio e dignità è come se qualcuno mi infilasse un dito sempre nella stessa ferita, il coltello nella piaga insomma.
un altro numero di telefono che non potrò più chiamare, che non mi manderà più messaggi, che lascerà un vuoto grande. ci siamo salutate, ci siamo dette tutto, ci siamo ringraziate per essere state l’una nella vita dell’altra. una fortuna essersi trovate in questa vita. nella prossima le ho promesso che la trovo, mi ci volesse un secolo ma la ritrovo.
comunque, meglio finirla a tarallucci e vino, o, se vogliamo a cappelletti e porcini!
la ricetta non è difficile, ci vuole un po’ di attitudine alla cucina, un pochina di mamualità, la solita scorta di pazienza, ingredienti genuini, tempo a disposizione, musica buona e un bicchieredi Chianti sul piano di lavoro.
Eravamo minuscoli. Dapprima lo sospettavamo, poi lo abbiamo capito. Lo sapevamo. Lo sapevamo benissimo.
La nostra galassia, la Via Lattea, è una spirale lenta e antica. Noi abitavamo un puntino sul suo bordo esterno. Il nostro Sole — che chiamavamo gigante per consolarci — era solo una stella qualunque, lanciata in una corsa perpetua attorno a un buco nero chiamato Sagittarius A*. Tutto girava. Tutto cadeva. Tutto continua prima e dopo di noi, anche senza di noi.
La Terra era ancora meno. Una sfera azzurra, fragile, sospesa nel vuoto, dentro un universo in espansione, immenso e incurante. Un luogo raro. Un miracolo statistico. Un prestito. Noi eravamo suoi, non il contrario.
Su quel sassolino siamo nati per caso. Per caso abbiamo imparato a camminare, a pensare, a nominare le cose. Per caso abbiamo acceso fuochi, scritto poesie, osservato le stelle. Avevamo abbastanza intelligenza per capire dove ci trovavamo. Non abbastanza saggezza per restarci.
Ci siamo comportati come proprietari di ciò che non ci apparteneva. Abbiamo seguito cervelli che non avevano saggezza, abbiamo scelto il dolore. Abbiamo disegnato confini su mappe che l’universo non ha mai riconosciuto. Abbiamo fatto guerre per linee invisibili, per simboli, per parole. Abbiamo ucciso, affamato, avvelenato. Abbiamo abbattuto foreste come se il respiro fosse una risorsa rinnovabile all’infinito.
Abbiamo chiamato progresso l’accumulo. Abbiamo adorato il denaro come un dio frettoloso e distratto. Pochi hanno preso tutto, molti hanno accettato di servire, e quasi nessuno ha guardato abbastanza lontano da chiedersi: dopo di noi, cosa resta?
Sapevamo di non essere immortali. Ci siamo comportati come se lo fossimo.
Se esistesse un Dio, forse non ci avrebbe puniti. Forse ci avrebbe semplicemente lasciati fare sicuro che tanto avremmo fatto da noi. E questo è stato il giudizio.
Ora la spirale continua a ruotare. Il buco nero attende. L’universo si espande.
E di noi restarà solo una traccia sottile: una specie intelligente che aveva tutto — tempo, bellezza, possibilità — e ha scelto di non capire.
Fose la fine non sarà quella, forse questi moscerini impazziti e deliranti che abbiamo scelto per guidarci moriranno e con loro anche la loro idea di “vita”. Forse torneremo ad ascoltare le urla dei più disperati e a non voltarci dall’altra parte, forse torneremo ad essere umani e non imbecilli alla rincorsa del potere. Forse.
Forse è meglio parlare di lei, della zuppa di lenticchie e rape che, nella sua normale semplicità, è invece una di quelle cose che ti fanno sentire in pace con profumi, consistenze e ricordi gentili. E’ un abbraggio umile, caldo e amorevole che scalda il corpo e l’anima in questo inizio – delirante – anno.
Babaganoush: salsa di melanzane mediorientale: lo so, non è tempo di melanzane. questa ricetta, infatti, è stata fatta e fotografata questa estate. ma concedetemi questa licenza culinaria, questa deviazione dal calendario meteorologico della cucina. d’inverno ci sono i cavoli, i porri, le cicorie, i radicchi, le patate, e quelli si dovrebbero usare. ma questa ricetta, perdonatemi, mi arriva direttamente dal cuore.
ho sempre avuto una predilezione istintiva per i paesi del mediterraneo, soprattutto per quelli africani. una curiosità profonda, un’attenzione costante per la cucina del levante. e da quando sono stata in marocco, lo scorso settembre, per celebrare il matrimonio di mia figlia con il mio son in law (definizione che ci ha fatto sbellicare dalle risate e che mi ha provvidenzialmente aiutata a superare il controllo passaporti all’aeroporto di Marrakech: è stato il mantra del soggiorno e resiste tuttora, regalando sorrisi ogni volta che ci vediamo), ho capito perché.
nonostante i quaranta gradi all’ombra, l’aria secca e polverosa, il rumore, il caos, tutta quella luce a me accende il cuore. e poi i colori, soprattutto il rosso — Marrakech non è chiamata “la città rossa” per caso — i profumi, gli occhi scuri e profondi, la dolcezza e la gentilezza verso le persone: tutte cose che mi affondano dentro. e penso che sì, forse l’umanità è anche bella.
forse siamo capaci di cose belle, non solo di cattiveria e odio. forse c’è ancora una speranza. forse non esistono solo persone avide, come potrebbe sembrare in questi tempi bui e tristi. forse esiste ancora la gentilezza: una porta tenuta aperta per farti passare, un bicchiere d’acqua offerto a una sconosciuta appena uscita dall’hammam, fresca e luminosa in un bicchiere di terracotta, il sorriso di un ragazzo che ti guarda e ti aiuta ad attraversare, a te straniera nella sua città.
il mio aspetto esteriore mi ha aiutata molto in marocco. sono burrosa, morbida di forme, abbondante. a differenza di noi occidentali, loro amano le forme morbide e non le ossa sporgenti. la pelle chiarissima, gli occhi verdi, i capelli lunghi e bianchi: tutto questo rientra nei loro canoni di bellezza. capite, quindi, che mi sono sentita una principessa. invecchiata, sì. ma pur sempre una principessa.
poi sono tornata a casa…. ha ha ha
ma mi sono innamorata di nuovo, e ancora, della loro cucina. una cucina di condivisione, di aggregazione, di rapporti umani, come quella italiana. in fondo siamo tutti popoli affacciati sullo stesso mare, il mare nostrum, come lo chiamavano gli antichi romani, e l’italia in particolare è circondata e sorretta amorevolmente dalle sue acque. in fondo siamo tutti figli della stessa terra.
e quindi capite che questa ricetta è un pezzetto di cuore, una carezza per le anime, un sorriso quando tutto va storto, una mano appoggiata sulle spalle.
il babaganoush nasce dove la terra è dura e il sole è inclemente, nasce nel Levante mediterraneo: Libano, Siria, Palestina, Armenia, Turchia meridionale. una geografia senza confini netti, come tutte le cucine vere. prima delle nazioni, prima delle bandiere, prima delle linee tracciate sulle cartine c’era solo il fumo.
il nome è già una storia. Bābāvuol dire padre, ghanūj qualcosa come “coccolato”, “viziato”, “capriccioso”. la leggenda racconta di un vecchio senza denti, a cui si preparava questa crema morbida, affumicata, gentile. un cibo che non si morde, ma resta. un cibo che accudisce, un cibo che regala solo amore.
la tecnica è antica e brutale: melanzane intere buttate sul fuoco vivo, sulla brace, direttamente sulla fiamma. la buccia si carbonizza, la polpa collassa, l’acqua se ne va. non si cerca la bellezza, si cerca la trasformazione. è una cucina che accetta la perdita per ottenere profondità.
poi arriva il sesamo, sotto forma di tahina: seme macinato fino a diventare crema, memoria concentrata. aglio, limone, sale. niente di superfluo. ogni ingrediente ha un ruolo, nessuno fa scena.
il babaganoush è nato come cibo povero, da tavola condivisa, da pane spezzato, non si serviva in porzioni: si metteva al centro. e non si mangiava in silenzio: si parlava, si discuteva, si aspettava.
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