Pane Taboon e Ful Mudammas: la colazione di Gaza

il pane della resistenza

Pane taboon e ful mudammas

Volevamo liberare la Palestina, ma la Palestina sta liberando noi

credo non ci sia molto altro da dire in questo mondo di propaganda continua, di telemeloni, di sionisti del cavolo, di gente che non conosce empatia o pietà, in questo mondo che chiede “DEFINISCI BAMBINO”, che tratta chi porta aiuti come terroristi e li maltratta fisicamente e li denigra, in questo mondo in cui un governo non riporta a casa i suoi cittadini ma lascia che sia la compagnia aerea turca a farlo. 

cosa c’è da aggiungere se non scendere in piazza e farsi vedere, farsi sentire e portare con noi il nostro dolore, che non è niente in confronto al genocidio di Gaza e del popolo palestinese  perpetrato da Israele e dal suo governo sionista e nazista.

e allora, siamo scesi in piazza per liberare la Palestina ma la Palestina ha liberato noi: ci ha restituito la libertà di sentire, anche il dolore, ci ha restituito l’empatia, ci ha fatto popolo di nuovo nonostante tutte le sciocchezze, le pochezze, le inattitudini dei nostri ministri, ha tirato fuori dai salotti di casa quelli che ancora “sentono”, quelli che preferiscono i sentimenti e i valori invece del più becero capitalismo, al consumismo sfrenato. soprattutto ha mostrato a tutti le loro facce, la loro ignavia, la loro cattiveria.

e che cosa faremo il giorno della memoria? quale genocidio ricorderemo con le nostre false facce di mer@a?

Pane Taboon e Ful Mudammas

musica per l’impasto

Walkin’ On The Sun, Smash Mouth

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Tartare di Verdure Crude alla Mediterranea con crema di ricotta e origano

Tartare di Verdure Crude alla Mediterranea con crema di ricotta e origano

Non è più estate, è delirio. È come se qualcuno avesse preso il concetto di luglio, l’avesse infilato in una stufa a gas e poi avesse detto: “Buona fortuna, terrestri!”. Quel qualcuno, ne sono certa, è Pluto. Non il pianeta. Pluto il cane, quello dei cartoni – ma impazzito, ora regna su una fornace solare e soffia ondate di caldo con la lingua di fuori e lo sguardo folle. Lo maledico amabilmente e con amore ogni notte, mentre cerco un’ombra sul pavimento e il basilico si arrende piegandosi come un vecchio stanco, mi guarda e sussurra “addio Sandra….”.

Eppure, dentro questa apocalisse termica, c’è un piccolo miracolo. Le verdure. Crude, lucide, colorate come un sogno liquido, resistono alla tirannia del fuoco. E allora io mi arrendo: spengo i fornelli, congelo ogni idea di zuppa, e mi affido all’unica certezza che mi resta — l’orto. Un orto visionario, che parla con la voce delle melanzane e mi suggerisce soluzioni poetiche mentre sudo in silenzio.

Così è nata lei, Tartare di Verdure Crude alla Mediterranea con crema di ricotta e origano. Ma chiamarla “tartare” è come chiamare una sirena “pesce con ambizioni“: non le rende giustizia.

È un incantesimo a temperatura ambiente. È il modo in cui il peperone si fa gioiello, il cetriolo si traveste da acqua di fonte e la cipolla rossa si mette il rossetto per ballare con l’olio extravergine.

È tutto tagliato piccolo, ma non piccolo dentro. Anzi, ogni dadino contiene un mondo. I pomodori sembrano ridere mentre li affetto, le pesche parlano francese, il basilico canta in napoletano. C’è chi dirà che è solo verdura tagliata. Ma sono le stesse persone che non vedono i miraggi nell’asfalto, che non ascoltano il suono delle zucchine crude quando le mordi, che non capiscono la potenza di un filo d’olio gettato nel silenzio di un piatto bianco, quelle che non hanno fantasia insomma.

Questa ricetta non cuoce, non grida, non pretende. Si lascia accarezzare.

E allora benvenuti, entrate. Qui c’è ombra, freschezza, colore. E c’è una tartare che sembra una favola raccontata da un pomodoro al tramonto.

È dolce, un po folle, come chi sogna a occhi aperti nelle ore più afose del pomeriggio. È la risposta gentile a un’estate sbagliata. È la mia piccola vendetta luminosa contro Pluto e le sue fiamme.

musica per il refrigerio

DeVotchKa, How It Ends

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La schiacciata soffice ai semi di girasole e sesamo

Questa è la storia della schiacciata soffice ai semi di girasole e sasamo:

La schiacciata soffice ai semi di girasole e sesamo

C’è qualcosa di profondamente sovversivo nel lavorare con il lievito. Lo realizzo mentre le mie mani affondano nell’impasto ancora informe di questa schiacciata che già immagino croccante fuori e morbida dentro. Il lievito non rispetta scadenze, non si piega agli orari frenetici della modernità, non accelera per compiacere la nostra impazienza. Ha i suoi tempi. Punto.

Oggi piove. Di quella pioggia fine che non fa rumore ma ti bagna comunque fino alle ossa anche se sei a guardarla dalla finestra di casa. Il tipo di giornata in cui l’idea di accendere il forno diventa quasi una necessità esistenziale più che culinaria. E poi ho questi vasetti di semi che mi guardano dall’alto della mensola – girasole, sesamo – come musicisti in attesa del direttore d’orchestra per iniziare il concerto.

I semi sono storie interrotte. Potenziale puro, cristallizzato in minuscole capsule di vita sospesa. Potrebbero diventare piante, ma nella mia cucina avranno un destino diverso: diventeranno pane croccante, note di sapore in una sinfonia di carboidrati.

Ho sempre pensato che i semi siano ai fornai quello che le spezie sono agli stregoni. Piccoli elementi che cambiano tutto, che trasformano l’ordinario in straordinario senza preavviso, la MAGIA. Il sesamo con la sua ricchezza calcarea, il girasole con quel retrogusto di bosco e sottobosco. Due personalità diverse da gestire contemporaneamente, come una famiglia numerosa a cena.

Mi piace pensare che l’impasto sia un po’ come la pagina bianca dello scrittore. All’inizio c’è solo potenziale, poi arrivano le tue mani, i tuoi pensieri, le tue distrazioni mentre impasti e ascolti quella canzone che continua a ripetersi nella tua testa. Tutto finisce lì dentro, tutto diventa parte di quella massa viva e pulsante. Perché l’impasto assorbe, cattura, registra. È la tua black box culinaria.

Ho messo su i Pink Floyd, “Shine On You Crazy Diamond”.

C’è qualcosa nei primi quattro minuti di quel brano che mi mette in connessione diretta con la farina. Per anni ho fatto a meno di ascoltarlo, mi faceva troppo male, troppi ricordi che tornavano vivi alle prime note. Adesso quelle note creano un campo magnetico perfettamente allineato con il glutine che si sviluppa tra le mie dita. E se pensate che stia esagerando, non avete mai impastato sul serio.

La schiacciata soffice ai semi di girasole e sesamo non è solo un pane. È un manifesto. Una dichiarazione d’intenti contro l’omologazione del gusto. Quando tutti corrono dietro al pane bianco, perfettamente uniforme, industrialmente identico a se stesso, tu sforni questo caotico giardino di sapori primordiali, questo terreno di gioco per palati avventurosi.

Mi piace immaginare che questa schiacciata finisca sulla tavola di persone che sanno ancora masticare lentamente, che possono distinguere il sapore di un seme dall’altro, che chiudono gli occhi mentre mangiano per concentrarsi meglio sul concerto di sapori che sta accadendo nella loro bocca.

E mentre la schiacciata lievita sotto il canovaccio umido, mi ritrovo a pensare che forse è questo il segreto della felicità: creare qualcosa con le proprie mani, attendere con rispetto i tempi della natura, e poi condividere il risultato. O forse sto solo farneticando, mentre fuori continua a piovere e il profumo del lievito si diffonde silenzioso nell’aria come una promessa.

La schiacciata soffice ai semi di girasole e sesamo

Segue la ricetta completa

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