Torta di pane raffermo agli agrumi

no, non la solita torta di pane raffermo agli agrumi, questa è una buona, buona come il pane.

Torta di pane raffermo agli agrumi

l’ho fatta per portarla in un cerchio di donne, e già da qui la cosa è partita bene. non potevo andare a fare la spesa, non avevo tempo e nemmeno voglia, ho optato per fare con quello che avevo e spesso faccio così, elimino le rimanenze e mi invento ricette improbabili ma gustose. Il pane per me, lo sapete, è una roba sacra, io lo faccio tutte le settimane e non avanza quasi mai. ma questa volta c’era, sarà che lo faccio la domenica ed era solo martedì. cerco e spulcio ricette in rete ma non trovo niente che mi soddisfi, capisco però che l’unica cosa comune a tutte è lo “sciogliere” il pane con il latte.

la torta di pane agli agrumi: in un cerchio di donne non serve seduzione, né sorpresa scenografica. Serve qualcosa che tenga, che non chieda attenzione ma la raccolga. la torta di pane fa questo: non entra in punta di piedi, entra come una che sa stare.

è un dolce che parla di trasformazione senza proclami. pane vecchio che non viene buttato, diventa altro. come noi, come i giorni storti, come le storie che tornano a galla quando ci si siede in cerchio e si abbassa la voce.
è umida, compatta, si taglia bene, si porge senza tremare. non cola, non scappa, non si vergogna.

la puoi spezzare. la puoi mangiare con le mani.
regge il silenzio emozionato. regge le parole difficili e quelle non dette, regge i singhiozzi trattenuti, le lacrime e anche le risate . regge anche chi dice “io di dolci non ne mangio” e poi ne prende un altro pezzo.

l’ho portata così com’èra. senza fronzoli e artifici, con una spolverata leggera di zucchero a velo sopra, come una benedizione laica.
E se qualcuno chiede la ricetta, non gliela dare subito. Prima lasciala mangiare.

I dolci, come i cerchi, funzionano quando non hanno bisogno di convincere nessuno.

musica per l’impasto

Vashit Bunyan, Just another diamond day

Torta di pane raffermo agli agrumi
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Babaganoush: salsa di melanzane mediorientale

Babaganoush: salsa di melanzane mediorientale

Babaganoush: salsa di melanzane mediorientale: lo so, non è tempo di melanzane.
questa ricetta, infatti, è stata fatta e fotografata questa estate. ma concedetemi questa licenza culinaria, questa deviazione dal calendario meteorologico della cucina. d’inverno ci sono i cavoli, i porri, le cicorie, i radicchi, le patate, e quelli si dovrebbero usare. ma questa ricetta, perdonatemi, mi arriva direttamente dal cuore.

ho sempre avuto una predilezione istintiva per i paesi del mediterraneo, soprattutto per quelli africani. una curiosità profonda, un’attenzione costante per la cucina del levante. e da quando sono stata in marocco, lo scorso settembre, per celebrare il matrimonio di mia figlia con il mio son in law (definizione che ci ha fatto sbellicare dalle risate e che mi ha provvidenzialmente aiutata a superare il controllo passaporti all’aeroporto di Marrakech: è stato il mantra del soggiorno e resiste tuttora, regalando sorrisi ogni volta che ci vediamo), ho capito perché.

nonostante i quaranta gradi all’ombra, l’aria secca e polverosa, il rumore, il caos, tutta quella luce a me accende il cuore.
e poi i colori, soprattutto il rosso — Marrakech non è chiamata “la città rossa” per caso — i profumi, gli occhi scuri e profondi, la dolcezza e la gentilezza verso le persone: tutte cose che mi affondano dentro. e penso che sì, forse l’umanità è anche bella.

forse siamo capaci di cose belle, non solo di cattiveria e odio. forse c’è ancora una speranza. forse non esistono solo persone avide, come potrebbe sembrare in questi tempi bui e tristi. forse esiste ancora la gentilezza: una porta tenuta aperta per farti passare, un bicchiere d’acqua offerto a una sconosciuta appena uscita dall’hammam, fresca e luminosa in un bicchiere di terracotta, il sorriso di un ragazzo che ti guarda e ti aiuta ad attraversare, a te straniera nella sua città.

il mio aspetto esteriore mi ha aiutata molto in marocco. sono burrosa, morbida di forme, abbondante. a differenza di noi occidentali, loro amano le forme morbide e non le ossa sporgenti. la pelle chiarissima, gli occhi verdi, i capelli lunghi e bianchi: tutto questo rientra nei loro canoni di bellezza.
capite, quindi, che mi sono sentita una principessa.
invecchiata, sì.
ma pur sempre una principessa.

poi sono tornata a casa…. ha ha ha

ma mi sono innamorata di nuovo, e ancora, della loro cucina. una cucina di condivisione, di aggregazione, di rapporti umani, come quella italiana. in fondo siamo tutti popoli affacciati sullo stesso mare, il mare nostrum, come lo chiamavano gli antichi romani, e l’italia in particolare è circondata e sorretta amorevolmente dalle sue acque. in fondo siamo tutti figli della stessa terra.

e quindi capite che questa ricetta è un pezzetto di cuore, una carezza per le anime, un sorriso quando tutto va storto, una mano appoggiata sulle spalle.

Babaganoush: salsa di melanzane mediorientale

Musica da ascoltare

Kanye West, Runaway

il babaganoush nasce dove la terra è dura e il sole è inclemente, nasce nel Levante mediterraneo: Libano, Siria, Palestina, Armenia, Turchia meridionale. una geografia senza confini netti, come tutte le cucine vere. prima delle nazioni, prima delle bandiere, prima delle linee tracciate sulle cartine c’era solo il fumo.

il nome è già una storia.
Bābā vuol dire padre, ghanūj qualcosa come “coccolato”, “viziato”, “capriccioso”.
la leggenda racconta di un vecchio senza denti, a cui si preparava questa crema morbida, affumicata, gentile. un cibo che non si morde, ma resta. un cibo che accudisce, un cibo che regala solo amore.

la tecnica è antica e brutale:
melanzane intere buttate sul fuoco vivo, sulla brace, direttamente sulla fiamma. la buccia si carbonizza, la polpa collassa, l’acqua se ne va. non si cerca la bellezza, si cerca la trasformazione. è una cucina che accetta la perdita per ottenere profondità.

poi arriva il sesamo, sotto forma di tahina: seme macinato fino a diventare crema, memoria concentrata. aglio, limone, sale. niente di superfluo. ogni ingrediente ha un ruolo, nessuno fa scena.

il babaganoush è nato come cibo povero, da tavola condivisa, da pane spezzato, non si serviva in porzioni: si metteva al centro.
e non si mangiava in silenzio: si parlava, si discuteva, si aspettava.

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La Bozza di Prato: pane toscano tradizionale

La Bozza di Prato

Caro Babbo Natale,

che cosa sta succedendo? Ti sei distratto un attimo e sta tutto andando a puttane?

Io davvero mi preoccupo. Qui la follia non bussa più: entra, si siede, apparecchia. Le guerre non stanno “lontano”, stanno ovunque ci sia uno schermo acceso e una coscienza spenta. Bombe che cadono come punti esclamativi, corpi ridotti a statistiche, fame che non fa rumore perché non interessa ai mercati.

Noi, nati dalla parte giusta del mondo, quella con il riscaldamento acceso e il frigorifero pieno, ci muoviamo lenti, appesantiti dal superfluo.

Abbiamo troppo e sentiamo poco, ci hanno spenti, programmati per non sentire. Programmati per non sentire le urla di dolore che arrivano nell’etere, programmati per chetarsi, zittirsi, allinearsi e sorridere straniti.

Ci indigniamo a orari programmati, poi torniamo a scorrere col pollice, che è diventato il dito più forte della nostra specie. Intanto c’è chi muore di fame e di bombe, spesso insieme, e il sistema chiama tutto questo “effetti collaterali”, come se fossero graffi sul parquet.

Il genere umano ha perso il filo del discorso e continua a parlare, ritornana di moda il fascismo, la separazione, la divisione, la “normalità” (dimmi tu caro Babbo Natale, cosa puo’ essere mai la normalità), sta tornando di moda insultare e schiacciare con la forza bruta, reprimere pensieri e sentimenti. Il genere umano che produce armi come fossero elettrodomestici, vende paura in saldo e chiama progresso una corsa che non sa più dove deve andare. Il capitalismo, questo grande dio con la cravatta, ci vuole stanchi, separati, occupati a desiderare cose inutili mentre il mondo brucia a fuoco lento.

Per Natale, per la festa del sole che ritorna, io non voglio oggetti.

Voglio la pace.

Quella vera, che non è una parola buona ma una pratica faticosa. Voglio coscienze che si svegliano dal torpore, che smettono di delegare, che ricordano di essere umane prima che consumatrici. Voglio meno luci finte e più occhi aperti. Mettimela in un pacchettino e fagli un bel fiocco rosso e lasciamela sotto l’albero che a distribuirla ci penso io, mi impegno, te lo prometto. Ma tu aiutaci Babbino che ne abbiamo tanto bisogno.

Quando passi di qui, Babbo Natale, non portare regali: porta coraggio. Il resto, se siamo ancora capaci, dovremmo imparare a farlo da soli.

 

Musica per l’impasto

Tom Day, Who We Wont to be

La Bozza di Prato

 

E adesso veniamo a noi. veniamo alpane.

La Bozza di Prato non chiede attenzioni.
La prendi in mano e pesa. Non per arroganza, per gravità. È pane che nasce da un gesto rapido, quasi brusco: farina, acqua, lievito, tempo. Il sale resta fuori, come una parola inutile. Qui non serve.

Si chiama bozza perché è abbozzata, non rifinita, come un embrione di un’opera d’arte o l’inizio di una scultura.
Come certi pensieri buoni che non hanno bisogno di essere spiegati. Come le cose fatte per necessità, non per farsi amare. La sua forma rettangolare è pratica, antica, nata nei forni pieni e nelle giornate lunghe. Pane che doveva usare tutti gli spazi, cuocere bene, durare, spezzarsi senza lamentarsi.

È un pane toscano fino al midollo: asciutto, schietto, collaborativo.
Non ruba la scena, fa spazio. Accoglie il sapido, il grasso, l’umido. Sta sotto e regge. Come certe donne. Come certe mani.

Quando la preparo io, la Bozza non diventa un reperto.
Diventa un dialogo. Tra quello che era e quello che sono. Uso il lievito madre perché mi interessa la lentezza con cui lavora mentre io faccio altro. Perché mi piace l’idea che qualcosa stia leivitando e cambiando anche quando non lo guardo. È una forma di fiducia, e la Bozza la capisce.

L’impasto non lo tratto con delicatezza teatrale.
Lo piego, lo allungo, lo porto dove deve andare. Non chiede carezze, chiede coerenza. La cottura deve essere franca, il forno caldo, la crosta decisa. Se scrocchia, ha parlato.

Questo pane viene da Prato, ma non è geloso del territorio.
È un pane che sa cambiare casa senza perdere l’accento. Resta sobrio, resta diritto, resta onesto. Non fa la ruota, non lievita per impressionare.

La Bozza di Prato, a casa mia, è questo:
un pane antico che non si è fatto vecchio,
un pane povero che non si è mai sentito meno,
un pane orgoglioso.

E io, ogni volta che la inforno, non sto rifacendo il passato.
Sto solo continuando una frase iniziata molto tempo fa.

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