Caro Babbo Natale,
che cosa sta succedendo? Ti sei distratto un attimo e sta tutto andando a puttane?
Io davvero mi preoccupo. Qui la follia non bussa più: entra, si siede, apparecchia. Le guerre non stanno “lontano”, stanno ovunque ci sia uno schermo acceso e una coscienza spenta. Bombe che cadono come punti esclamativi, corpi ridotti a statistiche, fame che non fa rumore perché non interessa ai mercati.
Noi, nati dalla parte giusta del mondo, quella con il riscaldamento acceso e il frigorifero pieno, ci muoviamo lenti, appesantiti dal superfluo.
Abbiamo troppo e sentiamo poco, ci hanno spenti, programmati per non sentire. Programmati per non sentire le urla di dolore che arrivano nell’etere, programmati per chetarsi, zittirsi, allinearsi e sorridere straniti.
Ci indigniamo a orari programmati, poi torniamo a scorrere col pollice, che è diventato il dito più forte della nostra specie. Intanto c’è chi muore di fame e di bombe, spesso insieme, e il sistema chiama tutto questo “effetti collaterali”, come se fossero graffi sul parquet.
Il genere umano ha perso il filo del discorso e continua a parlare, ritornana di moda il fascismo, la separazione, la divisione, la “normalità” (dimmi tu caro Babbo Natale, cosa puo’ essere mai la normalità), sta tornando di moda insultare e schiacciare con la forza bruta, reprimere pensieri e sentimenti. Il genere umano che produce armi come fossero elettrodomestici, vende paura in saldo e chiama progresso una corsa che non sa più dove deve andare. Il capitalismo, questo grande dio con la cravatta, ci vuole stanchi, separati, occupati a desiderare cose inutili mentre il mondo brucia a fuoco lento.
Per Natale, per la festa del sole che ritorna, io non voglio oggetti.
Voglio la pace.
Quella vera, che non è una parola buona ma una pratica faticosa. Voglio coscienze che si svegliano dal torpore, che smettono di delegare, che ricordano di essere umane prima che consumatrici. Voglio meno luci finte e più occhi aperti. Mettimela in un pacchettino e fagli un bel fiocco rosso e lasciamela sotto l’albero che a distribuirla ci penso io, mi impegno, te lo prometto. Ma tu aiutaci Babbino che ne abbiamo tanto bisogno.
Quando passi di qui, Babbo Natale, non portare regali: porta coraggio. Il resto, se siamo ancora capaci, dovremmo imparare a farlo da soli.
Musica per l’impasto
Tom Day, Who We Wont to be
E adesso veniamo a noi. veniamo alpane.
La Bozza di Prato non chiede attenzioni.
La prendi in mano e pesa. Non per arroganza, per gravità. È pane che nasce da un gesto rapido, quasi brusco: farina, acqua, lievito, tempo. Il sale resta fuori, come una parola inutile. Qui non serve.
Si chiama bozza perché è abbozzata, non rifinita, come un embrione di un’opera d’arte o l’inizio di una scultura.
Come certi pensieri buoni che non hanno bisogno di essere spiegati. Come le cose fatte per necessità, non per farsi amare. La sua forma rettangolare è pratica, antica, nata nei forni pieni e nelle giornate lunghe. Pane che doveva usare tutti gli spazi, cuocere bene, durare, spezzarsi senza lamentarsi.
È un pane toscano fino al midollo: asciutto, schietto, collaborativo.
Non ruba la scena, fa spazio. Accoglie il sapido, il grasso, l’umido. Sta sotto e regge. Come certe donne. Come certe mani.
Quando la preparo io, la Bozza non diventa un reperto.
Diventa un dialogo. Tra quello che era e quello che sono. Uso il lievito madre perché mi interessa la lentezza con cui lavora mentre io faccio altro. Perché mi piace l’idea che qualcosa stia leivitando e cambiando anche quando non lo guardo. È una forma di fiducia, e la Bozza la capisce.
L’impasto non lo tratto con delicatezza teatrale.
Lo piego, lo allungo, lo porto dove deve andare. Non chiede carezze, chiede coerenza. La cottura deve essere franca, il forno caldo, la crosta decisa. Se scrocchia, ha parlato.
Questo pane viene da Prato, ma non è geloso del territorio.
È un pane che sa cambiare casa senza perdere l’accento. Resta sobrio, resta diritto, resta onesto. Non fa la ruota, non lievita per impressionare.
La Bozza di Prato, a casa mia, è questo:
un pane antico che non si è fatto vecchio,
un pane povero che non si è mai sentito meno,
un pane orgoglioso.
E io, ogni volta che la inforno, non sto rifacendo il passato.
Sto solo continuando una frase iniziata molto tempo fa.