Cappelletti di funghi porcini

Cappelletti di funghi porcini

Musica per l’impasto

Tom Odell, Don’t Le Me Go

la vita da una parte prende da un’altra da. lo fa sempre, di continuo, senza esclusione di colpi, senza discriminazione, senza che nessuno possa intercedere. e così ti ritrovi a cercare il bello dentro le cose terribili e a cercare di capire quale è il messaggio, cosa devi imparare da quella cosa.

fa male, fa un male cane però. la mia tendenza di solito è du sguazzarci dentro in tutto quel dolore. lo analizzo, lo giro e lo rigiro in una mattina in cui non riesci a dormire, mentre la notte diventa alba e il buio diventa meno fitto. l’ho evitato per svariati mesi, adesso ci devo fare i conti, come sempre. e questa volta se ne va via un altro pezzetto della mia vita, una amica così bella che perderla mi dilania. una morte annunciata, l’attesa è la cosa più terribile. aspettare. aspettare un miracolo perchè lei ci ha abituato ai miracoli fin da sempre.

ma vederla mentre si spegne lentamente con coraggio e dignità è come se qualcuno mi infilasse un dito sempre nella stessa ferita, il coltello nella piaga insomma.

un altro numero di telefono che non potrò più chiamare, che non mi manderà più messaggi, che lascerà un vuoto grande. ci siamo salutate, ci siamo dette tutto, ci siamo ringraziate per essere state l’una nella vita dell’altra. una fortuna essersi trovate in questa vita. nella prossima le ho promesso che la trovo, mi ci volesse un secolo ma la ritrovo.

comunque, meglio finirla a tarallucci e vino, o, se vogliamo a cappelletti e porcini!

la ricetta non è difficile, ci vuole un po’ di attitudine alla cucina, un pochina di mamualità, la solita scorta di pazienza, ingredienti genuini, tempo a disposizione, musica buona e un bicchieredi Chianti sul piano di lavoro.

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Zuppa di lenticchie e rape: ricetta semplice, nutriente e vegetale

Zuppa di lenticchie e rape: ricetta semplice, nutriente e vegetale

Eravamo minuscoli.
Dapprima lo sospettavamo, poi lo abbiamo capito. Lo sapevamo. Lo sapevamo benissimo.

La nostra galassia, la Via Lattea, è una spirale lenta e antica. Noi abitavamo un puntino sul suo bordo esterno. Il nostro Sole — che chiamavamo gigante per consolarci — era solo una stella qualunque, lanciata in una corsa perpetua attorno a un buco nero chiamato Sagittarius A*. Tutto girava. Tutto cadeva. Tutto continua prima e dopo di noi, anche senza di noi.

La Terra era ancora meno.
Una sfera azzurra, fragile, sospesa nel vuoto, dentro un universo in espansione, immenso e incurante. Un luogo raro. Un miracolo statistico. Un prestito. Noi eravamo suoi, non il contrario.

Su quel sassolino siamo nati per caso.
Per caso abbiamo imparato a camminare, a pensare, a nominare le cose. Per caso abbiamo acceso fuochi, scritto poesie, osservato le stelle. Avevamo abbastanza intelligenza per capire dove ci trovavamo. Non abbastanza saggezza per restarci.

Ci siamo comportati come proprietari di ciò che non ci apparteneva. Abbiamo seguito cervelli che non avevano saggezza, abbiamo scelto il dolore.
Abbiamo disegnato confini su mappe che l’universo non ha mai riconosciuto. Abbiamo fatto guerre per linee invisibili, per simboli, per parole. Abbiamo ucciso, affamato, avvelenato. Abbiamo abbattuto foreste come se il respiro fosse una risorsa rinnovabile all’infinito.

Abbiamo chiamato progresso l’accumulo.
Abbiamo adorato il denaro come un dio frettoloso e distratto. Pochi hanno preso tutto, molti hanno accettato di servire, e quasi nessuno ha guardato abbastanza lontano da chiedersi: dopo di noi, cosa resta?

Sapevamo di non essere immortali.
Ci siamo comportati come se lo fossimo.

Se esistesse un Dio, forse non ci avrebbe puniti.
Forse ci avrebbe semplicemente lasciati fare sicuro che tanto avremmo fatto da noi. E questo è stato il giudizio.

Ora la spirale continua a ruotare.
Il buco nero attende.
L’universo si espande.

E di noi restarà solo una traccia sottile:
una specie intelligente che aveva tutto — tempo, bellezza, possibilità —
e ha scelto di non capire.

Fose la fine non sarà quella, forse questi moscerini impazziti e deliranti che abbiamo scelto per guidarci moriranno e con loro anche la loro idea di “vita”. Forse torneremo ad ascoltare le urla dei più disperati e a non voltarci dall’altra parte, forse torneremo ad essere umani e non imbecilli alla rincorsa del potere. Forse.

Forse è meglio parlare di lei, della zuppa di lenticchie e rape che, nella sua normale semplicità, è invece una di quelle cose che ti fanno sentire in pace con profumi, consistenze e ricordi gentili. E’ un abbraggio umile, caldo e amorevole che scalda il corpo e l’anima in questo inizio – delirante – anno.

Musica per la cottura

Misa Criolla, Fuego

Zuppa di lenticchie e rape: ricetta semplice, nutriente e vegetale
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Torta di pane raffermo agli agrumi

no, non la solita torta di pane raffermo agli agrumi, questa è una buona, buona come il pane.

Torta di pane raffermo agli agrumi

l’ho fatta per portarla in un cerchio di donne, e già da qui la cosa è partita bene. non potevo andare a fare la spesa, non avevo tempo e nemmeno voglia, ho optato per fare con quello che avevo e spesso faccio così, elimino le rimanenze e mi invento ricette improbabili ma gustose. Il pane per me, lo sapete, è una roba sacra, io lo faccio tutte le settimane e non avanza quasi mai. ma questa volta c’era, sarà che lo faccio la domenica ed era solo martedì. cerco e spulcio ricette in rete ma non trovo niente che mi soddisfi, capisco però che l’unica cosa comune a tutte è lo “sciogliere” il pane con il latte.

la torta di pane agli agrumi: in un cerchio di donne non serve seduzione, né sorpresa scenografica. Serve qualcosa che tenga, che non chieda attenzione ma la raccolga. la torta di pane fa questo: non entra in punta di piedi, entra come una che sa stare.

è un dolce che parla di trasformazione senza proclami. pane vecchio che non viene buttato, diventa altro. come noi, come i giorni storti, come le storie che tornano a galla quando ci si siede in cerchio e si abbassa la voce.
è umida, compatta, si taglia bene, si porge senza tremare. non cola, non scappa, non si vergogna.

la puoi spezzare. la puoi mangiare con le mani.
regge il silenzio emozionato. regge le parole difficili e quelle non dette, regge i singhiozzi trattenuti, le lacrime e anche le risate . regge anche chi dice “io di dolci non ne mangio” e poi ne prende un altro pezzo.

l’ho portata così com’èra. senza fronzoli e artifici, con una spolverata leggera di zucchero a velo sopra, come una benedizione laica.
E se qualcuno chiede la ricetta, non gliela dare subito. Prima lasciala mangiare.

I dolci, come i cerchi, funzionano quando non hanno bisogno di convincere nessuno.

musica per l’impasto

Vashit Bunyan, Just another diamond day

Torta di pane raffermo agli agrumi
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