le polpette di pane raffermo sono una delle cose più buone della mia infanzia, della mia adolescenza e dell’età adulta. un ricordo bellissimo.

mia nonna aveva con il pane raffermo una relazione che definire “complicata” è poco. buttarlo via non era un’opzione, era un crimine. un reato contro l’umanità, roba da tribunale dell’Aj, per lei il pane era equiparabile ai gioielli di famiglia, e, se per sbaglio vedeva un tozzo di pane nella spazzatura, ti guardava come se avessi appena confessato un omicidio.
e quando il pane raggiungeva quel livello di durezza da poter essere scambiato per un mattone — utile in caso di crollo strutturale della cucina — lei non si scomponeva. anzi, sorrideva. perché sapeva che era arrivato IL momento. il momento delle polpette.
niente ricetta scritta, sia chiaro. quella era roba per i deboli. lei procedeva a intuito, con dosi tipo “un po’”, “quanto ci sta bene” e il leggendario “si capisce dall’impasto” (no, non ho mai capito cosa si dovesse capire, ma fingevo di annuire con aria competente). il pane veniva ammollato nel latte fino a diventare una poltiglia che definire “appetitosa” a vederla richiedeva un certo atto di fede — ma poi, mescolata con uovo, formaggio aglio e prezzemolo, quella poltiglia sospetta si trasformava in oro.
e lì cominciava lo spettacolo: lei friggeva, io rubavo. un classico dell’ingegneria familiare, perfezionato nei decenni. mi scottavo le dita tutte le volte, e tutte le volte giuravo che non l’avrei fatto più, e invece lo rifacevo cinque secondi dopo. lei fingeva indignazione (“ma si può sapere quante ne mangi PRIMA di cena?”) mentre nel frattempo ne teneva già da parte un’altra scorta, “giusto per me”.
oggi rifaccio quelle polpette e, diciamocelo, il livello di dramma che ci metto è rimasto identico al suo. non sarà la stessa mano, ma il crimine anti-spreco resta un affare di famiglia.

Musica consigliata per l’impasto e la frittura





