Polpette di pane raffermo: la ricetta anti-spreco facile e golosa

le polpette di pane raffermo sono una delle cose più buone della mia infanzia, della mia adolescenza e dell’età adulta. un ricordo bellissimo.

Polpette di pane raffermo: la ricetta anti-spreco facile e golosa

mia nonna aveva con il pane raffermo una relazione che definire “complicata” è poco. buttarlo via non era un’opzione, era un crimine. un reato contro l’umanità, roba da tribunale dell’Aj, per lei il pane era equiparabile ai gioielli di famiglia, e, se per sbaglio vedeva un tozzo di pane nella spazzatura, ti guardava come se avessi appena confessato un omicidio.

e quando il pane raggiungeva quel livello di durezza da poter essere scambiato per un mattone — utile in caso di crollo strutturale della cucina — lei non si scomponeva. anzi, sorrideva. perché sapeva che era arrivato IL momento. il momento delle polpette.

niente ricetta scritta, sia chiaro. quella era roba per i deboli. lei procedeva a intuito, con dosi tipo “un po’”, “quanto ci sta bene” e il leggendario “si capisce dall’impasto” (no, non ho mai capito cosa si dovesse capire, ma fingevo di annuire con aria competente). il pane veniva ammollato nel latte fino a diventare una poltiglia che definire “appetitosa” a vederla richiedeva un certo atto di fede — ma poi, mescolata con uovo, formaggio aglio e prezzemolo, quella poltiglia sospetta si trasformava in oro.

e lì cominciava lo spettacolo: lei friggeva, io rubavo. un classico dell’ingegneria familiare, perfezionato nei decenni. mi scottavo le dita tutte le volte, e tutte le volte giuravo che non l’avrei fatto più, e invece lo rifacevo cinque secondi dopo. lei fingeva indignazione (“ma si può sapere quante ne mangi PRIMA di cena?”) mentre nel frattempo ne teneva già da parte un’altra scorta, “giusto per me”.

oggi rifaccio quelle polpette e, diciamocelo, il livello di dramma che ci metto è rimasto identico al suo. non sarà la stessa mano, ma il crimine anti-spreco resta un affare di famiglia.

Polpette di pane raffermo: la ricetta anti-spreco facile e golosa

Musica consigliata per l’impasto e la frittura

You can call me al (Paul Simon Cover) – Dwayne Gretzky

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Pane Novecento di Pontassieve: la Ricetta Originale del Dolce Arrotolato con Marmellata di Albicocche

Il Pane Novecento di Pontassieve: nel dopoguerra i paesi avevano fame, ma avevano anche memoria. E nei forni dei piccoli borghi la memoria prendeva spesso la forma del pane.

Pane Novecento di Pontassieve: la Ricetta Originale del Dolce Arrotolato con Marmellata di Albicocche

Nel mio paese, esattamente fra Pontassieve e San Francesco, nel cuore del borgo storico, c’erano allora quattro fornai: il Mannelli, il Trotta, Gallina e un altro Mannelli e poi la bottega di S.Francesco di Sciascia al di là del ponte dei Frati (Ponte Mediceo costruito in mattoni rossi verso la metà del 1500 per conto di Cosimo I de’ Medici). Quattro botteghe, quattro mani infarinate, quattro modi diversi di tenere viva la stessa antica arte. Il pane non si buttava mai, naturalmente. Gli scarti dell’impasto del giorno venivano “riaggiustati”, come si diceva allora: un po’ di farina, un po’ di zucchero, qualche uovo quando c’erano, un po’ di burro e quel tanto di fantasia che nasce quando bisogna arrangiarsi.

Fu così che uno di quei fornai ebbe un’idea semplice e geniale: stendere quella pasta recuperata, spalmarci dentro della marmellata di albicocche e arrotolarla su se stessa. Ne uscì un pane diverso dal solito, morbido, profumato, con due punte più croccanti e con quel cuore dolce che compariva a spirale quando lo si tagliava.

Il Pane Novecento di Pontassieve cominciò così: non come una ricetta scritta, ma come un gesto di bottega. Poi accadde la cosa più naturale che potesse succedere in un paese: la ricetta uscì dal forno e entrò nelle case. Ogni famiglia iniziò a rifarlo a modo suo. Chi aggiungeva più zucchero, chi più burro, chi usava una marmellata fatta in casa, chi lo lasciava appena dolce, quasi un pane.

Col tempo nacquero tante piccole varianti quanti erano i tavoli di cucina.

La mia ricetta è quella di mia nonna, forse addirittura della mia bisnonna. Comunque è la ricetta di famiglia.

L’ho ritrovata qualche anno fa mettendo a posto vecchie scartoffie: fogli ingialliti dal tempo e profumati di zucchero, arrotolati e legati con un filo rosso, lasciati in un cassetto a fare da memoria.

È stato un tuffo al cuore ritrovarli: scritture semplici, errori ortografici, patacche di zucchero e di burro, le stesse ricette ripetute più volte con piccole varianti. Profumo di casa e tanta nostalgia.

Poi, proprio in questi giorni, è saltato fuori Andrea, il Boccia, della Pizzeria Centrale , che mi ha chiesto se conoscevo la ricetta o comunque com’era la “mia” del Pane Novecento di Pontassieve. Mi ha raccontato che anche Slow Food si sta interessando a questo dolce antico e che c’è persino l’idea di farne un presidio, anche se la strada è ancora lunga.

Così ho colto l’occasione per tornare a sentire i profumi di quando ero bambina.

Negli anni me ne sono quasi dimenticata. Mia figlia no: ha detto che il Pane Novecento lo aspettava a gloria.

E allora adesso andiamo con la ricetta rielaborata con dieci anni di esperienza in lievitazioni e pani…..

Pane Novecento di Pontassieve: la Ricetta Originale del Dolce Arrotolato con Marmellata di Albicocche

Musica per l’impasto

End of Beginning, Djo

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Seppie con i piselli

Seppie con piselli

le seppie con i piselli sono un piatto che vive bene nel tempo. non invecchia, non stanca, non ha bisogno di effetti speciali. è una ricetta di mare semplice, domestica, rassicurante, di quelle che profumano la cucina mentre fanno il loro dovere con calma. pochi ingredienti, cottura dolce, sapori puliti: le seppie restano tenere e i piselli portano quella nota gentile che smussa il carattere iodato del mollusco. un secondo piatto leggero ma completo, perfetto con pane buono per la scarpetta o, se si vuole esagerare poco, con una polenta morbida. cucina tradizionale italiana di mare, senza nostalgia forzata.

le seppie con i piselli erano una delle ricette in cui mia mamma era eccelsa, l’ho guardata mentre le cucinava, le ho chiesto e richiesto i trucchi ma non sono mai riuscita ad eguagliare la sua ricetta. mi ricordo le scarpette, il pane intinto nel pomodoro che sapeva di mare e di zucchero, il centellinare il cibo nel piatto per farlo durare di più insieme a le chiacchere e le risate conviviali che erano tipiche del nostro desco familiare.

la ricetta è facile, davvero, basta seguire le istruizioni sotto. rimarrete contenti, credetemi, rimarrete molto contenti!

Musica per la ricetta

Cesaria Evora, Sangue de Beirona

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