Rotolini di Cetriolo Marinato con Caprino e Cocomero

Piccoli paesaggi zen da mangiare: un’idea estiva fresca, colorata e senza cottura.

Rotolini di Cetriolo Marinato con Caprino e Cocomero

ve la ricordate quella pubblicità di qualche anno fa? anzi, parecchi anni fa: era il 2001. “Antò… fa caldooo!“, diceva una splendida Luisa Ranieri nella pubblicità di un noto tè freddo.

ecco, Antò… fa caldo davvero. talmente caldo che accendere il forno non è un’opzione. no, non se ne parla. niente, nisba.

però mangiare si deve. e io, dopo un po’, con le solite insalate mi annoio. così comincio a guardare dentro il frigorifero e a inventarmi qualcosa di diverso, più per divertimento che per altro.

questa volta sono nati questi rotolini di cetriolo marinato: freschi, saporiti e anche piuttosto carini da vedere. a me ricordano un piccolo giardino zen d’estate. se avessi infilato qualche sassolino sulla tavola, forse l’effetto sarebbe stato ancora più evidente… ma ormai ci ho pensato troppo tardi: i rotolini se ne sono già andati! 😄

Rotolini di Cetriolo Marinato con Caprino e Cocomero

questi rotolini di cetriolo marinato sono un antipasto estivo senza cottura, pronto in pochi minuti. il cetriolo, lasciato riposare nella salsa di soia, diventa morbido e saporito, perfetto per avvolgere una crema di caprino arricchita con cocomero, pomodorini e cipolla rossa. una ricetta semplice, fresca e ideale quando il caldo toglie la voglia di cucinare e poi, scusatemi, è di una semplicità incredibile: questa la replicherebbe anche un bambino!

musica rilassante consigliata

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Piada Sfogliata al Kefir in Padella: Pane Veloce Senza Lievito

una faccenda di fretta, di sfoglie e di un frigorifero che dice no

Piada Sfogliata al Kefir in Padella

qualche giorno fa torno a casa dal lavoro alla solita ora, le 14.30 circa. già mentre guidavo pensavo che avevo fame, parecchia fame. ma pensavo anche al deserto del Sahara che si era preso il posto della mia dispensa e del mio frigorifero. niente pane, nemmeno surgelato, nemmeno avanzato e duro come una suola di scarpa. niente pane…

ultimamente non amo andare a fare la spesa al supermercato, ma a volte diventa l’unica soluzione per una questione di orario. mi dà fastidio il supermercato perché c’è troppa gente, troppe anime, troppa fatica. e allora mi ritrovo spesso con la dispensa vuota e il frigo che langue: l’unica cosa che non finisce mai da me è la farina.

così, mentre apro il frigorifero e guardo il licoli da rinfrescare, il lievito di birra che non c’è, i ripiani vuoti e tristi con qualche ciuffo di insalata, due pomodorini, un po’ di latte (forse anche scaduto), vedo un barattolo di kefir tutto solo e derelitto.

io lo guardo, lui mi guarda (immagino): facciamo qualcosa insieme? me lo chiede piano ma con decisione, si è rotto le scatole di stare lì solo come un sasso su una banchisa di ghiaccio al Polo Nord.

e se per una volta lasciassi in pace il tempo lungo, le pieghe ogni due ore, l’attesa che è quasi una preghiera laica? e se chiedessi al kefir di fare il lavoro sporco, veloce e acido, che scioglie il glutine e regala morbidezza senza pretendere ore in cambio?

le piade (le ho chiamate sfogliate, e poi capirete perché) non sono mie, lo dico subito: sono un prestito dalla Romagna, terra vicina e amica. io qui in Toscana le ho sempre guardate con un misto di invidia e tenerezza, troppo veloci per i miei ritmi.

e invece quel pomeriggio assolato mi sono presa questa libertà: una piada, ma sfogliata, perché la sfogliatura mi piace sempre — quegli strati che si formano quando il grasso incontra la farina e che in cottura si gonfiano, si separano, diventano croccanti fuori e morbidi dentro.

ho impastato in fretta, senza la solita maniacalità. steso, spalmato, piegato, steso di nuovo, sottile. niente forno, niente attese bibliche: solo una padella calda, pochi minuti per lato, e quella sfogliatura che si apriva sotto i miei occhi come una piccola magia domestica.

mangiata calda, strappata con le mani ancora fumante, mi ha insegnato una cosa che forse avrei dovuto sapere già: non sempre la fretta è una mancanza di rispetto verso il cibo, a volte è solo un altro modo di amarlo.

e con il poco che c’era in frigorifero ho fatto anche il companatico: una shakshuka veloce ai pomodorini, essenziale e scarna negli ingredienti ma generosa di spezie e aromi. la shakshuka, piatto di origine tunisina diventato popolare in tutto il Nord Africa e in Medio Oriente, è uova cotte in una salsa di pomodoro speziata, da raccogliere rigorosamente con il pane: un abbinamento semplice e irresistibile.

Piada Sfogliata al Kefir in Padella

musica per l’impasto

Les jours tristes, Yann Tiersen

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Metodo Sandra: pane senza impasto con lievito madre

una faccenda di farina, lievito, tempo e testardaggine

Con il Metodo Sandra il pane senza impasto con lievito madre non è una scorciatoia, ma un modo diverso di stare dentro il tempo. Poche azioni, pieghe essenziali, e la pazienza che lavora al posto delle braccia. Ne esce un pane semplice solo in apparenza, ma ricco di struttura, profumo e carattere.

metodo sandra pane senza impasto con lievito madre

la cucina è ancora in silenzio, è presto, si sentono solo gli uccellini cinguettare e la mia caffettiera che bofonchia per avvertirmi che il caffè è pronto.
c’è una luce che non decide se restare o andarsene, e la farina sul piano sembra più polvere che ingrediente, sospesa nella luce come pulviscolo arcobaleno, lì come se avesse dimenticato lo scopo, come non sapesse cosa fare.

ma l’impasto è già cominciato, non ha aspettato.
e adesso respira piano, con quella calma un po’ sospetta delle cose che stanno per cambiare.

e io guardo.
non c’è molto altro da fare all’inizio.

ho 61 anni e le mie mani sanno le cose prima che le sappia la testa.

non so quando è successo esattamente. non c’è stato un giorno, una rivelazione, un angelo che scendeva dal soffitto della cucina con la pergamena e il timbro. è successo come succedono le cose vere: di nascosto, nell’accumulo silenzioso di migliaia di mani in pasta, migliaia di sere con il forno acceso, migliaia di pani fatti e rifatti e sbagliati e ricominciati. e ad un certo punto mi sono accorta che facevo una cosa che non faceva nessuno. o almeno: non l’avevo vista fare da nessuno. non l’avevo letta da nessuna parte. non avevo un nome per definirla.

io non impasto.

dico sul serio. non impasto nel senso che intendete voi, nel senso che intende il 99% di chi fa il pane in casa, nel senso della planetaria che sbatte e straccia e scalda, nel senso delle braccia che spingono e girano e sbattono sul piano di marmo, nel senso del gancio, del rituale quasi violento che associamo istintivamente alla panificazione da quando eravamo piccoli e guardavamo le nonne come si guardano le streghe buone – con rispetto, con un po’ di soggezione, con la certezza che loro sapevano qualcosa che a noi non era ancora stato concesso di sapere, come le streghe insomma… e un po’ strega mi sento davvero.

io mescolo. aggiungo il li.co.li, aggiungo l’acqua, aggiungo quello che serve. e mescolo fino a che l’acqua è assorbita. stop. poi aspetto. poi piego. poi aspetto ancora. poi piego ancora. il pane lo fa il tempo, non io.

e mentre si aspetta, succede altro:
la cucina cambia temperatura, le mani imparano senza chiedere permesso, e l’impasto comincia a dire la sua , senza parlare, ovviamente, ma lo fa lo stesso.

e questa cosa – questo accorgermi che il pane lo fa il tempo, e che io sono lì solo per accompagnarlo, per dargli gli strumenti, per capire quando ha bisogno di qualcosa e quando invece ha bisogno che lo lasci in pace – questa cosa è diventata, negli anni, il metodo Sandra.

Pane metodo sandra

l’ho chiamato così perché è mio. non l’ho trovato scritto da nessuna parte. non l’ho copiato. non è la traduzione italiana di qualcosa che esiste già in inglese con un nome elegante e una copertina patinata. è nato qui, in questa cucina, con queste mani, con questo li.co.li che allevo da anni come si alleva qualcosa di vivo – perché lo è.

l’unica ferrea regola da seguire è il cuore: se ho voglia impasto altrimenti no…. perchè il mio “ragazzo” (il licoli) lo sente se non siamo in sintonia e non esce niente di buono, mai.

Colonna sonora del caos controllato: Eminem – Without Me

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