Metodo Sandra: pane senza impasto con lievito madre

una faccenda di farina, lievito, tempo e testardaggine

Con il Metodo Sandra il pane senza impasto con lievito madre non è una scorciatoia, ma un modo diverso di stare dentro il tempo. Poche azioni, pieghe essenziali, e la pazienza che lavora al posto delle braccia. Ne esce un pane semplice solo in apparenza, ma ricco di struttura, profumo e carattere.

metodo sandra pane senza impasto con lievito madre

la cucina è ancora in silenzio, è presto, si sentono solo gli uccellini cinguettare e la mia caffettiera che bofonchia per avvertirmi che il caffè è pronto.
c’è una luce che non decide se restare o andarsene, e la farina sul piano sembra più polvere che ingrediente, sospesa nella luce come pulviscolo arcobaleno, lì come se avesse dimenticato lo scopo, come non sapesse cosa fare.

ma l’impasto è già cominciato, non ha aspettato.
e adesso respira piano, con quella calma un po’ sospetta delle cose che stanno per cambiare.

e io guardo.
non c’è molto altro da fare all’inizio.

ho 61 anni e le mie mani sanno le cose prima che le sappia la testa.

non so quando è successo esattamente. non c’è stato un giorno, una rivelazione, un angelo che scendeva dal soffitto della cucina con la pergamena e il timbro. è successo come succedono le cose vere: di nascosto, nell’accumulo silenzioso di migliaia di mani in pasta, migliaia di sere con il forno acceso, migliaia di pani fatti e rifatti e sbagliati e ricominciati. e ad un certo punto mi sono accorta che facevo una cosa che non faceva nessuno. o almeno: non l’avevo vista fare da nessuno. non l’avevo letta da nessuna parte. non avevo un nome per definirla.

io non impasto.

dico sul serio. non impasto nel senso che intendete voi, nel senso che intende il 99% di chi fa il pane in casa, nel senso della planetaria che sbatte e straccia e scalda, nel senso delle braccia che spingono e girano e sbattono sul piano di marmo, nel senso del gancio, del rituale quasi violento che associamo istintivamente alla panificazione da quando eravamo piccoli e guardavamo le nonne come si guardano le streghe buone – con rispetto, con un po’ di soggezione, con la certezza che loro sapevano qualcosa che a noi non era ancora stato concesso di sapere, come le streghe insomma… e un po’ strega mi sento davvero.

io mescolo. aggiungo il li.co.li, aggiungo l’acqua, aggiungo quello che serve. e mescolo fino a che l’acqua è assorbita. stop. poi aspetto. poi piego. poi aspetto ancora. poi piego ancora. il pane lo fa il tempo, non io.

e mentre si aspetta, succede altro:
la cucina cambia temperatura, le mani imparano senza chiedere permesso, e l’impasto comincia a dire la sua , senza parlare, ovviamente, ma lo fa lo stesso.

e questa cosa – questo accorgermi che il pane lo fa il tempo, e che io sono lì solo per accompagnarlo, per dargli gli strumenti, per capire quando ha bisogno di qualcosa e quando invece ha bisogno che lo lasci in pace – questa cosa è diventata, negli anni, il metodo Sandra.

Pane metodo sandra

l’ho chiamato così perché è mio. non l’ho trovato scritto da nessuna parte. non l’ho copiato. non è la traduzione italiana di qualcosa che esiste già in inglese con un nome elegante e una copertina patinata. è nato qui, in questa cucina, con queste mani, con questo li.co.li che allevo da anni come si alleva qualcosa di vivo – perché lo è.

l’unica ferrea regola da seguire è il cuore: se ho voglia impasto altrimenti no…. perchè il mio “ragazzo” (il licoli) lo sente se non siamo in sintonia e non esce niente di buono, mai.

Colonna sonora del caos controllato: Eminem – Without Me

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Pane multicereali ad alta idratazione senza sale: pane in cassetta ai semi

Pane multicereali ad alta idratazione senza sale: pane in cassetta ai semi

quest’anno in Toscana è fiorito anche l’asfalto.

le piogge sono arrivate una dopo l’altra, ostinate e generose, e la primavera ha risposto con un’esplosione di vita che non ricordavo da tempo. ogni mattina percorro la strada da Pontassieve a Reggello e mi ritrovo immersa in una cartolina: l’Arno che accompagna il viaggio, le colline che si rincorrono fino all’orizzonte, i cipressi immobili come sentinelle, le nuvole nel cielo azzurro sogno e i campi che cambiano colore quasi da un giorno all’altro.

ma quest’anno è stato diverso, o almeno diverso per me. ogni mattina c’era un pezzo di colore in più, qualcosa che faceva fiorire anche gli occhi di chi guardava. non sono fioriti soltanto i prati e i boschi: sono fioriti i bordi delle strade, le crepe dei marciapiedi, gli spazi tra il cemento e la polvere, i muri di pietra.

c’è stata una settimana, a metà aprile, in cui tutto era bianco. le robinie, che noi toscani chiamiamo “cascia”, che costeggiavano la strada erano cariche di grappoli profumati; il prugnolo selvatico, il biancospino e il sambuco sembravano essersi dati appuntamento negli stessi giorni. e poi, più in basso, lungo i fossi e ai lati della carreggiata, una miriade di piccoli fiori bianchi spuntava dal guardrail: la carota selvatica, il cerfoglio, la cicuta, il cumino dei campi. in mezzo al bianco esplodeva il giallo dei pisscialletto, il tarassaco, e subito dopo il rosso vivo dei papaveri. e ancora il glicine, bianco e viola, tutto fiorito insieme, nello stesso momento.

una gioia per gli occhi, una gioia per il cuore.

 e io passavo in mezzo a tutto quel profumo e ringraziavo con gli occhi umidi di lacrime. non per la primavera, non per il paesaggio. ringraziavo perchè ancora riuscivo ad accorgermene. ringraziavo il fatto di avere ancora compassione per le cose belle.

Pane multicereali ad alta idratazione senza sale: pane in cassetta ai semi

forse è per questo che, impastando questo pane multicereale ricco di semi, ho pensato a quella stessa ostinazione gentile. al modo in cui una manciata di semi riesce a trasformarsi in qualcosa di vivo, fragrante e generoso. un piccolo miracolo quotidiano, semplice come un campo di grano e sorprendente come un fiore nato sull’asfalto.

musica per l’impasto

Nick Drake, Northern sky

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Cinque rintocchi

I Rintocco

XIII – LA MORTE

La porta della chiesa era spalancata da anni, ma nessuno l’aveva mai vista arrivare. Semplicemente, era lì, appoggiata allo stipite, come se fosse sempre appartenuta a quel varco. Il kimono nero le scivolava addosso in strati di seta morbidi che sembravano ombre fluide. Le gambe lunghe, la vita stretta, la figura cesellata nel buio: Morte non aveva nulla di minaccioso, solo la compostezza calma di chi porta con sé ciò che è inevitabile.

La falce pendeva dalla sua mano come un’estensione naturale, la lama lucida, il manico di legno antico, il movimento del polso la faceva vorticare come se fosse il gioco più naturale del mondo. Non c’era violenza in quell’oggetto: sembrava più uno strumento di raccolta che di fine. Un soffio di vento sollevò i lembi del kimono e fece volare il cappello di bambù; i capelli sottili, neri come inchiostro, le scesero ai lati del volto. La pelle era chiara, quasi grigia, e il sorriso, appena inclinato agli angoli della bocca, aveva qualcosa di malinconico.

Solo gli occhi rompevano il bianco e il nero. Due braci silenziose, profonde, come se dentro ci fosse il ricordo di mille passaggi, mille metamorfosi.

La ragazza che la osservava trattenne il fiato. E quando la Morte parlò, la voce non arrivò dall’aria, ma dal centro del petto, dove battono le cose che stanno per cambiare.

“Vieni, non porto la fine, porto ciò che viene dopo.”

Fece un passo dentro l’ombra della chiesa. Nel legno, nella pietra, nel cielo senza tetto, qualcosa si dilatò.

E da qualche parte, lontanissimo e vicinissimo insieme, il primo rintocco tese i muscoli nel silenzio.


V – IL PAPA

Ogni rintocco lo rompeva il silenzio. Le mura di pietra serena, in blocchi grandi e maestosi, perfettamente squadrati, assorbivano le onde energetiche generate dal suono, che si disperdeva lentamente.

Ogni rintocco un proposito, ogni rintocco un compito da portare a termine.

Le cinque donne erano disposte in cerchio, ognuna con le proprie vesti e i simboli che le rappresentavano. La notte riluceva di stelle: il soffitto caduto della chiesa le lasciava vedere tutte. Le poche travi ancora rimaste della struttura portante sembravano fili di ragnatela che intrappolavano le stelle in una scacchiera infinita.

Grave era il tempo, gravi i compiti da portare a compimento.

Il primo rintocco era per la terra, per la guarigione della madre, per l’equilibrio fra la vita e la morte.

Il secondo era per l’amore, universale, infinito, uno e trino, inscindibile e frammentato in milioni di schegge.

Il terzo era la guerra, da sempre compagna della razza umana, dispensatrice di dolori e di onori irrisori rispetto alla perdita di ogni singola vita.

Il quarto parlava di piani astrali, di cuciture fra mondi, di esistenze animiche e ancestrali.

L’ultimo, il quinto, era il tempo: lineare, circolare, immoto e presente, racchiuso in un unico punto infinitesimale intorno al quale ruotava tutto il resto.

Le cinque donne sciolsero il cerchio, si salutarono con lo sguardo, presero i loro strumenti e si dispersero in cinque direzioni diverse, ognuna pronta a portare a termine il proprio compito, qualunque fosse il prezzo da pagare.

Solo il Papa rimase seduto sul suo trono, nell’abside, sotto le stelle. Il cane sedeva alla sua sinistra, la luce rifulgeva sulla sua testa come una corona di stelle, lo scettro e le tavole dei comandi stretti fra le sue mani.

Assolutamente impotente, aveva potuto solo osservare il destino che si compiva.



il II RINTOCCO sarà pubblicato mercoledì 25 Febbraio 2026

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Prosegui con il II RINTOCCO mercoledì 25 Febbraio 2026


© 2026 Sandra Pilacchi – “5 Rintocchi”.
Tutti i diritti riservati.
È vietata la riproduzione, anche parziale, su qualsiasi supporto senza autorizzazione scritta dell’autrice.

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