Eravamo minuscoli.
Dapprima lo sospettavamo, poi lo abbiamo capito. Lo sapevamo. Lo sapevamo benissimo.
La nostra galassia, la Via Lattea, è una spirale lenta e antica. Noi abitavamo un puntino sul suo bordo esterno. Il nostro Sole — che chiamavamo gigante per consolarci — era solo una stella qualunque, lanciata in una corsa perpetua attorno a un buco nero chiamato Sagittarius A*. Tutto girava. Tutto cadeva. Tutto continua prima e dopo di noi, anche senza di noi.
La Terra era ancora meno.
Una sfera azzurra, fragile, sospesa nel vuoto, dentro un universo in espansione, immenso e incurante. Un luogo raro. Un miracolo statistico. Un prestito. Noi eravamo suoi, non il contrario.
Su quel sassolino siamo nati per caso.
Per caso abbiamo imparato a camminare, a pensare, a nominare le cose. Per caso abbiamo acceso fuochi, scritto poesie, osservato le stelle. Avevamo abbastanza intelligenza per capire dove ci trovavamo. Non abbastanza saggezza per restarci.
Ci siamo comportati come proprietari di ciò che non ci apparteneva. Abbiamo seguito cervelli che non avevano saggezza, abbiamo scelto il dolore.
Abbiamo disegnato confini su mappe che l’universo non ha mai riconosciuto. Abbiamo fatto guerre per linee invisibili, per simboli, per parole. Abbiamo ucciso, affamato, avvelenato. Abbiamo abbattuto foreste come se il respiro fosse una risorsa rinnovabile all’infinito.
Abbiamo chiamato progresso l’accumulo.
Abbiamo adorato il denaro come un dio frettoloso e distratto. Pochi hanno preso tutto, molti hanno accettato di servire, e quasi nessuno ha guardato abbastanza lontano da chiedersi: dopo di noi, cosa resta?
Sapevamo di non essere immortali.
Ci siamo comportati come se lo fossimo.
Se esistesse un Dio, forse non ci avrebbe puniti.
Forse ci avrebbe semplicemente lasciati fare sicuro che tanto avremmo fatto da noi. E questo è stato il giudizio.
Ora la spirale continua a ruotare.
Il buco nero attende.
L’universo si espande.
E di noi restarà solo una traccia sottile:
una specie intelligente che aveva tutto — tempo, bellezza, possibilità —
e ha scelto di non capire.
Fose la fine non sarà quella, forse questi moscerini impazziti e deliranti che abbiamo scelto per guidarci moriranno e con loro anche la loro idea di “vita”. Forse torneremo ad ascoltare le urla dei più disperati e a non voltarci dall’altra parte, forse torneremo ad essere umani e non imbecilli alla rincorsa del potere. Forse.
Forse è meglio parlare di lei, della zuppa di lenticchie e rape che, nella sua normale semplicità, è invece una di quelle cose che ti fanno sentire in pace con profumi, consistenze e ricordi gentili. E’ un abbraggio umile, caldo e amorevole che scalda il corpo e l’anima in questo inizio – delirante – anno.
Musica per la cottura
Misa Criolla, Fuego