Il Pane Novecento di Pontassieve: nel dopoguerra i paesi avevano fame, ma avevano anche memoria. E nei forni dei piccoli borghi la memoria prendeva spesso la forma del pane.
Nel mio paese, esattamente fra Pontassieve e San Francesco, nel cuore del borgo storico, c’erano allora quattro fornai: il Mannelli, il Trotta, Gallina e un altro Mannelli e poi la bottega di S.Francesco di Sciascia al di là del ponte dei Frati (Ponte Mediceo costruito in mattoni rossi verso la metà del 1500 per conto di Cosimo I de’ Medici). Quattro botteghe, quattro mani infarinate, quattro modi diversi di tenere viva la stessa antica arte. Il pane non si buttava mai, naturalmente. Gli scarti dell’impasto del giorno venivano “riaggiustati”, come si diceva allora: un po’ di farina, un po’ di zucchero, qualche uovo quando c’erano, un po’ di burro e quel tanto di fantasia che nasce quando bisogna arrangiarsi.
Fu così che uno di quei fornai ebbe un’idea semplice e geniale: stendere quella pasta recuperata, spalmarci dentro della marmellata di albicocche e arrotolarla su se stessa. Ne uscì un pane diverso dal solito, morbido, profumato, con due punte più croccanti e con quel cuore dolce che compariva a spirale quando lo si tagliava.
Il Pane Novecento di Pontassieve cominciò così: non come una ricetta scritta, ma come un gesto di bottega. Poi accadde la cosa più naturale che potesse succedere in un paese: la ricetta uscì dal forno e entrò nelle case. Ogni famiglia iniziò a rifarlo a modo suo. Chi aggiungeva più zucchero, chi più burro, chi usava una marmellata fatta in casa, chi lo lasciava appena dolce, quasi un pane.
Col tempo nacquero tante piccole varianti quanti erano i tavoli di cucina.
La mia ricetta è quella di mia nonna, forse addirittura della mia bisnonna. Comunque è la ricetta di famiglia.
L’ho ritrovata qualche anno fa mettendo a posto vecchie scartoffie: fogli ingialliti dal tempo e profumati di zucchero, arrotolati e legati con un filo rosso, lasciati in un cassetto a fare da memoria.
È stato un tuffo al cuore ritrovarli: scritture semplici, errori ortografici, patacche di zucchero e di burro, le stesse ricette ripetute più volte con piccole varianti. Profumo di casa e tanta nostalgia.
Poi, proprio in questi giorni, è saltato fuori Andrea, il Boccia, della Pizzeria Centrale , che mi ha chiesto se conoscevo la ricetta o comunque com’era la “mia” del Pane Novecento di Pontassieve. Mi ha raccontato che anche Slow Food si sta interessando a questo dolce antico e che c’è persino l’idea di farne un presidio, anche se la strada è ancora lunga.
Così ho colto l’occasione per tornare a sentire i profumi di quando ero bambina.
Negli anni me ne sono quasi dimenticata. Mia figlia no: ha detto che il Pane Novecento lo aspettava a gloria.
E allora adesso andiamo con la ricetta rielaborata con dieci anni di esperienza in lievitazioni e pani…..
Si propagò come un tonfo sordo, un battito fuori metrica che incrinò l’aria. E la terza donna giunse.
Non entrò: sembrò precipitare nel mondo, come qualcosa che la realtà non aveva previsto. Era sottile come un giunco, i capelli lunghi e scarmigliati, un fazzoletto color zafferano annodato al polso, una borsa bucata da cui scappavano piume pallide, e il passo leggero di chi cammina senza aver mai scelto la strada.
Guerra si voltò verso di lei, pronta a inghiottirla.
– Un altro passo e ti rompo.
La voce era un chiodo piantato nella carne viva.
La donna la guardò senza riconoscerla, senza attribuirle nome né potere. Il suo sguardo era un vuoto limpido, così candido da risultare insolente.
Si chinò, raccolse un sasso levigato dal terreno e lo porse a Guerra con un sorriso così ingenuo da sembrare falso.
– Tieni.
Guerra si irrigidì.
– Che intenzione hai donna?
– La tua – disse la terza donna.
Quel modo di parlare, quel modo di essere, scivolò dentro Guerra come una dissonanza. Non sfida, non supplica. Una libertà disturbante, pura, priva di direzione.
– Sai chi sono? – chiese guerra con una ferocia nella voce che avrebbe fatto tremare anche i muri.
– No, non lo so. – La voce della donna era morbida e inesatta, come una corda che vibra nel punto sbagliato. – Così ti posso ascoltare senza pregiudizio, chiunque tu sia.
Guerra esitò.
Morte trattenne un sorriso nel fondo della scena.
Giustizia osservò come chi già conosce l’esito ma attende il piacere della conferma.
La terza donna avanzò.
Si sedette davanti a Guerra, piegandosi come acqua che trova la curva del terreno.
– Tu fai male – mormorò – ma solo perchè pensi di non essere capace d’altro.
Guerra serrò la mascella, sorpresa da quella manciata di parole che non giudicavano, non accusavano, non temevano.
La donna le sfiorò una mano.
Un tocco piccolo, umano.
Il gesto più vietato nel territorio di Guerra.
Guerra ritirò di scatto il braccio.
– Non farlo mai più – le urlò a un centimetro dal volto, dai suoi occhi uscivano dardi infuocati che avrebbero potuto uccidere chiunque. Ma non la terza donna.
– Perchè? – chiese la donna inclinando la testa e guardandolo da vicino – E’ una mano. Le hai staccate per secoli. Questa puoi tenerla – la guardò e sorrise a quel volto contratto nella furia e nel dolore – Puoi metterci sopra la tua, sentirai che bello.
Guerra rimase immobile.
La frase le ruppe la postura come una fessura nel metallo. Non era minaccia, non era perdono. Era un cortocircuito.
La donna si rialzò.
Scrollò le piume cadute dalla borsa, come se liberasse aria.
– Tu resti?
Fece un passo.
– O vieni?
Ne fece un altro.
– Io continuo.
Superò Guerra sfiorandola con un’assenza. Non si spostò per evitarla: la attraversò come si attraversano le ombre di un incendio ormai spento.
E Guerra non la fermò.
Per la prima volta nella sua lunga storia, non afferrò, non colpì, non ordinò. Rimase immobile, con quel sasso ancora in mano, incapace di stabilire se fosse un insulto, un talismano o una sentenza.
Morte chiuse gli occhi, divertita. Sorrise, uno dei suoi rari sorrisi veri, nei secoli mai avrebbe pensato che una semplice donna, un po’ matta forse, avrebbe abbindolato Guerra con tre parole. Mai gli era passato per il cervello di fare altrettanto, eppure stava funzionando, la terza donna stava destabilizzando Guerra e tutti i suoi orpelli.
Giustizia, l’eterea, annuì appena, come chi registra un passaggio.
La terza donna si allontanò lasciandosi dietro odore di vento, cenere e possibilità non ancora nominate. Avanzava leggera nella savana, fra i radi cespugli e l’erba secca, fra il sospiro del vento e la benedizione del sole. La terza donna se ne andò senza voltarsi.
Il suo passo era erratico, un filo di vento che non conosceva la direzione ma la inventava a ogni respiro. Sotto il fazzoletto color zafferano il suo polso tremava come una fiamma sbagliata.
E Guerra, incredibilmente, la seguì. Non per ordine, non per sfida.
La seguì come si segue un rumore impossibile da catalogare, come un istinto che non appartiene alla natura di chi lo prova.
La terza donna camminando tra gli alberi piegati, raccolse un ramo, lo lasciò cadere, poi deviò di lato per osservare una pietra che sembrava identica a tutte le altre. Nulla in lei aveva un ritmo riconoscibile.
Il mondo intorno si deformava, come se accettasse di essere ricreato da quel passo innocente e insensato.
Guerra la tallonava.
Ogni tanto si fermava, convinta di ritrovare la propria ombra, il proprio dominio, il proprio campo di battaglia. Ma l’aria era cambiata. Non c’erano nemici, non c’era odore di ferro, non c’era un fronte da conquistare. C’era solo quella donna che avanzava come un errore necessario, come un varco aperto nella logica.
– Dove stai andando – borbottò Guerra senza nascondere la sua stanchezza rabbiosa. La donna non si volt.
– Vado dove non sono stata.
Guerra strinse il sasso che ancora teneva in mano. Ricordò soltanto, dopo averlo stretto troppo forte, che era stata la donna a darglielo. Un dono che non sapeva interpretare.
– Questo non è un cammino – disse.
– No- rispose la donna , sempre senza voltarsi a guardarlo – E’ un andare.
Guerra si irrigidì.
– Non puoi passare con me alle spalle.
Lei solo allora si voltò, gli sorrise e mormorò:
– E’ la tua posizione naturale.
La frase cadde senza intenzione, e proprio per questo la ferì.
Guerra fece un passo avanti, come per imporre il vecchio ritmo, ma la donna deviò di lato, cambiando direzione senza preavviso, costringendola a seguirla in una curva senza senso.
Ogni gesto della terza donna era uno scarto, una micro–rivolta contro qualunque traiettoria lineare. E Guerra, abituata alla simmetria della distruzione, perdeva l’appoggio, inciampava nel vuoto, tentava invano di ricostruire un ordine.
Morte continuava ad osservavare da lontano, appoggiata alla balaustra delle scale della chiesa. Giustizia stava immobile come un pilastro nel vento.
Entrambe seppero che il pericolo era stato deviato, non sconfitto: spostato.
La terza donna sollevò un ciuffo d’erba secca, lo lasciò volare via.
– Se vuoi colpire – disse piano – colpisci il vento.
Guerra si fermò. Il vento le passò attraverso le dita come una beffa.
– Non si può colpire il vento….
– Appunto, allora non colpire.
La donna riprese a camminare.
Guerra non seppe perché ma continuò a seguirla. Ogni passo le sembrava un tradimento a se stessa, una resa che non aveva mai conosciuto, lei, Guerra, che seguiva questa pazza scatenata nel nulla, senza meta, senza scopo, senza…. guerra. Ma il mondo intorno era cambiato così rapidamente che nessuno dei vecchi comandi trovava più terreno su cui cadere.
Non c’erano eserciti da radunare. Non c’erano vittime da segnare.
C’era solo quella donna che avanzava nell’assurdo, portandosi Guerra dietro come un’ombra armata e disorientata.
Quando scomparvero tra le alte erba della savana, Morte sospirò. Giustizia chiuse gli occhi come chi registra una sentenza già scritta.
E il mondo, improvvisamente, sembrò respirare più piano, come se stesse provando l’inaudito: sopravvire alla guerra senza combatterla.
X – LA RUOTA DELLA FORTUNA
Morte rimase solo sulla scalinata. Guerra era sparita seguendo la terza donna e lui ancora non si capacitava di come quella esile e folle creatura fosse riuscita a destabilizzarla completamente annullando tutto il suo potenziale bellico. In tutti i tempi che l’aveva conosciuta mai aveva pensato che una dolce e folle ragazza sarebbe riuscita a disinnescare un tale cieco furore. Giustizia era tornata nel suo piano, lasciando dietro di sé solo un’eco di compiuto.
Il vento si calmò. La falce piantata nella pietra vibrò ancora, un suono sottile, quasi impercettibile. Non era il quarto rintocco. Non ancora. Ma era vicino, il mondo si stava preparando alla sua venuta.
Morte alzò lo sguardo al cielo. Le stelle erano tutte al loro posto, ma per la prima volta in millenni le vide muoversi. Non nello spazio, ma in profondità. Come se ogni stella fosse il punto visibile di una ruota immensa che girava su piani diversi della realtà.
La Ruota. Sempre la Ruota.
Tutto girava: le stagioni, le vite, i regni, le civiltà. Nascita, crescita, declino, morte, rinascita. Un ciclo perfetto, inevitabile, bellissimo nella sua crudeltà.
Tutto tranne lui.
Morte chiuse gli occhi e per un attimo si permise di pensare a lei. Namashe. Il nome gli bruciava dentro come brace viva, l’unica cosa calda in un corpo che non conosceva temperatura.
Lei girava. Lei cambiava. Lei invecchiava. Come ogni umano era nata per morire e nell’attesa viveva, come solo loro sapevano fare. Gli umani vivevano, ridevano, piangevano, lottavano disperatamente contro ogni cosa ma vivevano, intensamente. Ogni giorno un po’ diversa, ogni respiro un passo verso la fine. E lui… lui restava. Fermo. Immobile come la pietra su cui stava in piedi. Un meridiano piantato nel cuore del tempo.
– Stupido – sussurrò a ste stesso, con una voce che nessuno aveva m ai sentito – Stupido dio che si innamora di ciò che non puo’ tenere.
Perché era questo il punto, no? Guerra aveva minacciato di spezzarla, ma la verità era più crudele: Namashe si sarebbe spezzata comunque. Da sola. Per il semplice fatto di essere viva.
Settanta anni, forse ottanta se fortunata. Un battito di ciglia. Un respiro nell’eternità che lo rivendicava.
E dopo? Dopo lei sarebbe passata attraverso di lui, come tutti. E lui avrebbe dovuto guidarla, accompagnarla, trasformarla. Come aveva fatto con miliardi di altri.
Ma gli altri non avevano i suoi occhi. Gli altri non lo avevano guardato come se fosse reale.
Morte aprì gli occhi e guardò le sue mani: tremavano. Mani che avevano toccato imperatori e mendicanti, santi e assassini. Mani che conoscevano ogni forma di vita e ogni forma di fine. Mani che avrebbero dovuto tagliare anche il filo dell’unico essere in tutto il creato che non lo avesse fatto sentire solo e reietto, che lo avesse visto e amato per quello che era e non odiato o temuto per quello che doveva fare.
Si ricordò come era prima di lei: un deserto vuoto e asettico, giorni anni secoli millenni tutti uguali, vuoti. Con le sue sorelle non esistevano i sentimenti, non erano contemplati, erano solo intralcio al dovere. Non erano mai esistiti contatti fisici, abbracci o conforto alcuno, nè sguardi. Non c’erano compassione, aiuto, empatia, c’era solo il dovere. O forse invece c’erano ma non avevano nome. Gli umani erano stati bravi a riconoscerlo e a trovare un nome per questo sentimento: Amore.
E come aveva imparato a sue spese l’Amore era ovunque e poteva fare un male terribile o regalare gioie inenarrabili, l’Amore era universale e totalitario, geloso e elemosinante, grato e amichevole, unico e trino, sminuzzato o diviso ma sempre e solo Amore. L’Amore era la forza che faceva girare la grande ruota, l’unica forza che faceva girare il tutto, su tutti i piani astrali, in tutte le coscienze. Non la paura, non il terrore, non l’avidità, non la cattiveria e non la gelosia, solo l’Amore.
Continuava a guardare le sue sue mani che tremavano ma che non sapevano cosa significasse tremare. Fino ad allora.
Si voltò verso la falce, la estrasse dalla pietra con un gesto fluido. Il metallo cantò nell’aria notturna, un suono antico come il primo respiro del cosmo, la appese sulla schiena in modo che non interferisse con quello che stava per fare. La sentiva di traverso, appoggiata sulla carne della schiena, la lama sopra la sua testa. La sentiva cantare la sua canzone, quella che cantava sempre e che sentiva solo lui, la canzone della Morte.
Poi fece un passo. Non verso il basso, non verso il mondo. Un passo laterale, obliquo, in una direzione che non aveva nome nelle lingue umane, si infilò nella realtà che si aprì come un sipario.
Il primo piano era freddo, fatto di geometrie impossibili e angoli che ferivano gli occhi. Morte lo attraversò senza guardare. Non era quello il luogo.
Il secondo piano era caldo, troppo caldo, un fuoco che non bruciava ma trasformava. Morte sentì le anime che aspettavano lì, pazienti, in attesa del loro turno per rinascere. Le salutò in silenzio e proseguì.
Il terzo piano era acqua. O forse era tempo liquido. Morte ci nuotò dentro come un pesce che ha dimenticato di essere pesce, scivolando tra i ricordi che non erano ancora accaduti e le possibilità che non sarebbero mai state scelte.
E poi, finalmente, il quarto piano. Quello più vicino al mondo materiale, quello dove i sogni si appoggiano alla pelle dei dormienti e dove i vivi possono ancora sentire l’eco degli dei.
Morte emerse nella savana, nel quinto piano.
Il cortile si apriva come un segreto custodito tra mura di mattoni stanchi, edifici bassi che mostravano le loro ferite: crepe sottili come vene, angoli sbeccati dove il tempo aveva morso con pazienza. Le costruzioni si stringevano l’una all’altra, curve e irregolari, come vecchie che si appoggiano per non cadere.
Al centro, un albero. Un baobab forse, o un’acacia dalle spine d’argento, con la corteccia scura e rugosa come pelle di elefante. I rami si allargavano verso il cielo in una danza antica, nodosi e potenti, disegnando ombre che sembravano scritture dimenticate sulla polvere.
La polvere. Rossa come sangue essiccato, fine come farina macinata dal vento. Copriva tutto: il suolo, gli angoli, i gradini delle porte. Alla luce della luna piena diventava velluto, una materia liquida e sospesa, quasi viva. Ogni granello catturava la luce argentea e la restituiva con un bagliore opaco, rossastro, come se la terra stessa respirasse un fuoco freddo.
La luna, gonfia e perfetta, regnava sul cortile come un occhio spalancato. La sua luce cadeva dritta, senza pietà e senza giudizio, trasformando ogni cosa: i mattoni sbrecciati diventavano rovine sacre, l’albero un guardiano immortale, la polvere un mare immobile su cui nessuno osava camminare.
Il silenzio era denso, interrotto solo dal fruscio lontano delle foglie e dal respiro invisibile della notte africana.
I suoi occhi erano puntati sulla porta annerita dal tempo della palazzina più grande, una finestra con la luce ancora accesa, una candela, era il suo punto di attrazione. Oltre quella finestra c’era lei, la colpevole della scoperta dei sentimenti, la cosa più bella che avesse mai trovato nella sua eterna vita, nel suo eterno errabondare fra mondi e piani diversi.
Morte si fermò sulla soglia della porta. Annusò l’aria e sentì il suo profumo: era dolce e amaro insieme, era un richiamo a cui non aveva mai saputo resistere. Entrò deciso, almeno si diede una parvenza di decisione, meglio che sembrare un ragazzo imbranato alla prima dichiarazione d’Amore.
Lei lo stava aspettando. Non sapeva come faceva a sentirlo arrivare tutte le volte ma lo faceva, sembrava avere un orologio che l’avvertiva di ogni sua venuta. I suoi occhi lo trovarono subito e le sue labbra diventarono sorriso. E quel sorriso solo per lui lo riempì dell’universo. Ecco a cosa non sapeva resistere, ci sarebbe stato da riderci sopra, Morte che si scioglieva davanti a quel sorriso solo suo. Morte non si mosse dalla soglia. La falce gli pesava sulla schiena come non aveva mai pesato prima.
– Sei qui.
Lui la guardò mentre attraversava la piccola stanza con passi lenti. Era seduta sul bordo del letto, lui si inginocchiò davanti a lei per avere gli occhi alla sua stessa altezza.
– Ma non dovrei essere qui – disse, e la sua voce era roca, quasi spezzata.
– Lo dici sempre, lo fai per farmi sentire in colpa? Io ti chiamo sempre e tu arrivi…
Lo disse guardandolo negli occhi, continuando a sorridere, come faceva sempre. Era disarmante la sua sincerità, non si riservava niente per sé, condivideva sempre tutto. Era questo che lo aveva incuriosito fin da subito. La quindicenne feroce lo aveva trattato come si tratta un coetaneo, lo aveva ingiuriato, deriso, offeso e alla fine gli aveva offerto i polsi tremanti e gli aveva gridato: – Taglia, taglia anche questi adesso! – E lui si era inchinato e aveva appoggiato le labbra su quei polsi, come se fosse l’unica cosa possibile da fare.
– Hai avuto paura?
– No, c’era Giustizia. Com’è bella, sono stata gelosa – il suo sorriso diventò risata e lui rise insieme a lei.
– Sarebbe lei ad essere gelosa di te se solo sapesse riconoscere il suo sentire…
I suoi occhi ridivennero seri e la sua voce un sussurro all’orecchio
– Mi dispiace averti trascinato in questa faida, non c’entri niente con il destino del mondo e io non ho saputo tenerti fuori.
Namashe appoggiò le braccia dietro la testa di Morte e lo abbracciò.
– La devi smettere, io so chi sei, io ti ho scelto. Ti ho sentito trent’anni fa e non mi sono mai pentita.
– Come posso farti questo Namashe? – Si interruppe, le parole gli si spezzarono in gola – Sono un egoista egocentrico immortale, ti ho rubato la possibilità di essere una persona normale, di essere felilce, ti ho rubato la possibilità di avere un compagno, dei figlio… ho pensato solo per me.
Namashe alzò una mano e gliela posò sul petto, proprio dove avrebbe dovuto esserci un cuore.
– Mi piaci così, un dio immortale egocentrico ed egoista. E ti ricordo che possiedo il libero arbitrio e che ti scelgo tutte le volte. E ti sceglierò sempre perchè ti amo…
– Ma io non dovrei amare – disse Morte, e quella confessione gli uscì come un grido silenzioso. – Non dovrei amare niente e nessuno.
Era così difficile amarla ma, allo stesso tempo, non avrebbe potuto nemmeno immaginare di non farlo. Era un egoista egocentrico, si, e tremava di paura perchè sapeva che prima o poi avrebbe dovuto tagliare davvero il suo filo e lei se ne sarebbe andata lasciandolo solo, di nuovo.
Namashe lo guardò negli occhi. Nei suoi, scuri e profondi, c’era una saggezza che non apparteneva alla sua specie.
– Ma mi ami, mio meraviglioso dio, tu mi ami e questo mi rende felice da qui alla fine dei miei giorni. Lo so, ti spaventa il fatto che dovrai portarmi via prima o poi, so che un giorno dovrai venire a prendermi. So che sarai tu a tagliare il filo della mia vita. So che quando arriverà quel momento, sarò nelle tue mani. – Sorrise, e quel sorriso aveva in sé tutta la fragilità e tutto il coraggio del mondo. – E voglio che sia tu. Nessun altro. Solo tu.
Morte sentì qualcosa spezzarsi dentro di lui. Una diga antica, costruita in eoni di distacco e controllo. Si sgretolò, e dietro c’era un oceano.
– Come puoi dirlo? – sussurrò, e la sua voce era piena di dolore. – Come puoi amarmi sapendo che io ti porterò via?
– Perché ho sempre saputo chi sei, e sono contenta che sarai tu, al momento opportuno, a portarmi via. Gli uomini nascono sapendo di dover morire. Io sono privilegiata: farò l’ultimo viaggio di questa mia anima con te, con il mio amore. E non essere triste. Ho deciso che rinascerò. Non so in quale mondo o in quale piano, ma rinascerò. E tu mi troverai, e saremo di nuovo insieme. Saremo di nuovo noi.
Namashe prese la sua mano e se la portò al viso. La appoggiò sulla sua guancia, e Morte sentì il calore vivo della sua pelle contro la sua.
– Perché, come ti dico sempre, quello che mi hai dato in questo tempo non lo cambierei con niente al mondo. Nemmeno con l’eternità.
Le lacrime. Morte non sapeva di poterle avere. Non sapeva nemmeno cosa fossero, in realtà. Ma sentì qualcosa di umido scendere lungo il suo viso, qualcosa che veniva da un posto dentro di lui che non aveva mai esplorato.
– Ho paura, – ammise, e quelle parole erano così nuove, così estranee, che quasi non le riconobbe come sue. – Ho paura di perderti.
Lei lo abbracciò stretto e poi gli prese il viso tra le mani guardandolo negli occhi:
– Perchè mai, mio principe, vuoi pensare a quel giorno?
Lo baciò. E quel bacio significava tutto, significava sentire tutto. La gioia e il terrore, la dolcezza e il dolore, la bellezza e la perdita. Tutto insieme, tutto nello stesso istante, senza poter scegliere cosa tenere e cosa rifiutare.
Morte la prese tra le braccia, e la tenne attaccata al suo corpo. Era minuta, gli occhi luminosi e i capelli bianchi, le rughe intorno alle labbra e intorno agli occhi, la pelle morbida e soffice come quando aveva vent’anni. Smise di essere il dio che comanda, con lei soltanto poteva essere un entità che ama, che desidera, che ha bisogno.
Le sue mani, che avevano toccato imperatori morenti e bambini appena nati, tremavano mentre le carezzavano i capelli. La sua bocca, che aveva pronunciato sentenze cosmiche e verità assolute, mormorava il suo nome come una preghiera mentre la baciava.
Quella volta si amarono lentamente, con una tenerezza feroce. E quella volta Morte comprese.
Comprese che sentire non era cedere. Era espandersi. Era diventare più grande, non più piccolo. Ogni emozione era una stanza nuova nella casa infinita della sua esistenza, ogni sensazione un colore che non sapeva di poter vedere.
Il dolore non lo indeboliva. Lo rendeva più forte. Perché ora sapeva cosa proteggeva. Ora sapeva cosa significava poter perdere qualcosa di prezioso. E questa consapevolezza non lo paralizzava, lo rendeva più determinato, più audace, più vivo. Sopravvivere a lei sarebbe stato terribile, lo avrebbe distrutto ma l’avrebbe ritrovata, come diceva lei, l’avrebbe ritrovata a costo di viaggiare per tutte le dimensioni conosciute o sconosciute per ritornare ad essere noi.
Restarono abbracciati mentre la notte scivolava verso l’alba. I loro corpi intrecciati, i loro respiri sincronizzati. Morte le accarezzava i capelli, e ogni gesto era una promessa: Sarò qui. Finché potrò, sarò qui. Namashe si addormentò tra le sue braccia, e Morte la guardò dormire. Guardò il suo petto alzarsi e abbassarsi, il modo in cui le labbra si socchiudevano leggermente, il piccolo movimento degli occhi sotto le palpebre chiuse.
Stava sognando. E lui non poteva entrare in quel sogno. C’erano luoghi dove nemmeno la Morte poteva arrivare.
E questo era giusto.
Questa era la Ruota. Questa era la distanza che doveva esistere tra un dio e una mortale. Non per tenerli separati, ma per rendere il loro incontro miracoloso.
Lentamente, con infinita cura, Morte si alzò dal letto. Raccolse la falce da terra e guardò Namashe un’ultima volta.
– Tornerò mia piccola fiamma, – sussurrò, anche se lei non poteva sentirlo. – E quando verrà il giorno… quando verrà il giorno, sarò gentile. Te lo prometto.
Si voltò e attraversò di nuovo i piani.
L’acqua, il fuoco, la geometria impossibile. Ma questa volta erano diversi. Più luminosi. Come se il suo passaggio avesse lasciato una traccia di calore, come se lui fosse diverso.
Emerse sulla scalinata della chiesa mentre l’alba tingeva il cielo di rosa e oro. La falce era ancora nella sua mano, fedele e immutabile.
Ma lui no. Lui era cambiato.
Aveva paura. Aveva dolore. Aveva amore. E tutte queste cose, invece di svuotarlo, lo riempivano come un vaso che non sapeva di poter contenere oceani.
Morte piantò la falce nella pietra e alzò lo sguardo al cielo.
Le stelle stavano scomparendo con la luce del giorno, ma lui le vedeva ancora muoversi. La Ruota girava, immensa e inarrestabile. E per la prima volta, Morte capì che anche lui ne faceva parte.
Non come osservatore immobile, ma come parte del meccanismo. Ogni emozione era un raggio, ogni scelta un movimento. Era entrato nella Ruota, e la Ruota era entrata in lui.
– Sentire non è cedere, – disse al vento, alla pietra, al mondo che si svegliava. Il quarto rintocco si avvicinava. E quando sarebbe arrivato, lui non sarebbe stato solo il dio che taglia i fili.
Sarebbe stato il dio che sa cosa significa tenerli stretti prima di lasciarli andare. La luce crebbe. Il giorno iniziò.
E Morte, per la prima volta in un’eternità, sentì di essere pronto.
XV – IL DIAVOLO
La sala delle Dee era un vuoto scavato nel mondo prima del mondo. Non c’erano mura: solo colonne d’ombra, intrise da un riflesso che non somigliava né al giorno né alla notte. La sala non era una sala. Era un piano che nessun mortale avrebbe potuto immaginare senza impazzire. Le colonne erano fasci verticali di tempo solidificato: correnti di anni, secoli, ere fuse in un unico flusso, come cascate immobili. Ogni colonna conteneva ricordi che nessuno aveva mai vissuto, memorie di mondi che non esistevano più, o non erano ancora nati.
Il pavimento era acqua tesa, capace di riflettere solo ciò che non aveva forma.
Il cielo sopra di loro era una cupola nera costellata di puntini luminosi e di silenzio puro: vivo, vigile, attento a tutto.
In quell’irrealtà sospesa, le Sorelle attendevano Morte. Lo avevano chiamato e lui sarebbe arrivato. Le quattro sorelle erano sedute ognuna nel proprio scranno davanti a una colonna.
Giustizia sedeva dritta, gli occhi di metallo erano due tagli di luce, con una mano accarezzava la bilancia appoggiata delicatamente in grembo.
Giudizio era scuro, la pelle nera luccicava sotto la luce della sala, gli occhi chiari color del ghiaccio viaggiavano vigili da una sorella all’altra, era impaziente di incontrare Morte, questa cosa dei sentimenti lo aveva incuriosito e infastidito non poco.
Torre si guardava intorno immobile, seduta scomposta con la sua architettura sconosciuta, pronta a cadere su chi se lo meritava, anche su Morte se le sue risposte non fossero state soddisfacenti.
Temperanza sedeva con le lunghe gambe accavallate fasciate dentro pantaloni di pelle neri e lucidi, con un gesto gentile strinse i fili del corpetto, sempre di pelle nera e lucida, e sistemò gli sbuffi della camicia bianca molto gonfia ed evanescente. Allungò una gamba e controllò gli stivali, sempre neri, allacciati stretti. Con una mano scompiglò la chioma color miele e la sistemò in morbide onde. Era così pacata nei movimenti da rasentare la lentezza, ma dai suoi occhi color nocciola fuoriuscivano lampi e fulmini.
Morte aapparve dal niente: altissimo, nero, maestoso, arrogante e bellissimo. Il kimono sembrava seguire i suoi passi decisi, si muoveva all’unisono con lui e svolazzava mosso da un vento che non c’era. Ogni passo verso il suo scranno deformava la sala come se lo riconoscesse; le colonne vibrarono, i secoli trattenuti dentro di loro emisero un sospiro di pietra.
Si sedette, appoggiò la falce fienaia al bracciolo dello scranno e rivolse uno sguardo indecifrabile a ognuna delle sue sorelle che restituirono lo sguardo innervosite. Solo Giustizia gli dispensò un piccolo sorriso, anche lei era sotto accusa per averlo aiutato a custodire la mortale. Fu Giudizio a rompere il silenzio.
– Spiegami fratello, spiegami questo tuo comportamento. – I suoi occhi di ghiaccio si puntarono su Morte come chiodi su un pezzo di legno. – Hai infranto un equilibrio. L’hai toccata. L’hai scelta. L’hai protetta. Tutto questo per una creatura destinata a consumarsi. È inammissibile.
Morte si limitò a osservare.
Giudizio continuò – Lo chiami sentimento? Non conosco questo linguaggio. Non riconosco questo colore su di te. Che cos’hai fatto? C’è qualcosa nel tuo movimento, fratello. Una nota nuova. È pericolosa…. –
Torre si alzò e da tutta la sua altezza lo guardò dritto negli occhi:
– Ogni variazione provoca una rovina. Tu stai variando.
Nelle sue parole c’era tutta la sua ira, tutto ciò che non riusciva a capire.
Temperanza lo guardò e alzò la spalla scuotendo la testa, non approvava nemmeno lei. Ma era tacito che non avrebbero approvato. Che cosa ne sapevano loro dei sentimenti, dell’amore, cosa ne sapevano? La dea si alzò e le sue parole furono un soffio:
– Lei ti confonde fratello mio.
Nella sala ritornò il silenzio, quello pesante e vivo, quello che diventava solido. Morte non si alzò, allungò una gamba, scostò il kimono e accennò alle sorelle di leggere i bordi, di leggere i simboli neri sul nero più nero. Mutavano scintillando come corvi sotto la luce della luna, rilucevano di blu. Anche loro erano soggette alla legge di Morte, ognuna leggeva quello che serviva sapere. In quel momento ognuna di loro lesse la propria lezione.
Morte si alzò come se un vento antico la spingesse in avanti. Il kimono continuava a riflettere di blu i simboli che cambiavano continuamente ripetendosi e annullandosi l’un l’altro. La sua presenza non era corpo ma era una marea che si alzava. Avanzava lento verso il centro della sala, e l’acqua del pavimento si apriva docile come un animale addestrato. La falce l’aveva seguita strisciando, la lama tracciava solchi nella superficie liquida, da quei tagli uscivano gemiti lunghi, distorti, come voci trascinate attraverso un’epoca che non esisteva più.
Adesso, al centro della sala, con la falce dietro di lui che continuava a incidere e cantare Morte si permise di alzare gli occhi, due carboni incandescenti, e guardarle, una per una. L’aria tremò, colui che comanda non poteva essere messo in dubbio e loro lo sapevano. Sapevano che non sarebbe stato docile e accondiscendente, sapevano che avrebbe scatenato una tempesta epocale
– Parlate di lei come di un errore. Ma non è un errore. È un varco. E io l’ho attraversato.
Temperanza di nuovo parlò accomodandosi gli sbuffi delle maniche: – Lei ti confonde.
– Lei mi definisce.
La risposta di Morte fu come un tuono, fece vibrare le pareti intrise di tempo della sala.
Giudizio si avvicinò a lui alzandosi e camminando verso il centro, verso Morte. Arrivò vicino, troppo vicino secondo i loro canoni, era una chiara invasione dello spazio personale
– Definire implica limite. E tu non hai limiti. Tu sei il limite.
Morte rimase immobile per un battito di eternità. Poi la sala tremò impercettibilmente, come se l’aria aspettasse il suo verbo. La sua voce fu un’onda bassa che si insinuo’ nelle colonne, nell’aria, nelle sorelle.
– Voi avete paura.
Giudizio si irrigidì appena, un fremito nella luce dei suoi occhi, fece un passo indietro allontanandosi da Morte. Giudizio sgranò le pupille di ghiaccio, sorpreso che Morte iniziasse così, attaccando. Temperanza trattenne un respiro appena udibile, mentre Torre tese la schiena come se un fulmine stesse per cadere. Giustizia rimase immobile sul suo trono aspettando.
Morte sollevò una mano. Un gesto minimo, e la sala cambiò consistenza. Le colonne di tempo si dilatarono, mostrando frammenti. Un volto. Un respiro. Un tremito. Namashe, intravista come si vede un sogno dall’altra parte della palpebra.
Morte chinò la testa quel tanto che basta per far diventare più scuro l’universo.
– Avete paura perché io ho smesso di essere la vostra equazione perfetta. Perché ho scelto. Perché posso scegliere. Io decido, io scelgo.
La falce dietro di lui emise un canto breve, un colpo di luce e ferro.
Torre ringhiò, la sua voce era pietra che cede:
– Nessuno di noi sceglie. Non è questo il patto.
Morte sollevò gli occhi e la sala sembrò vacillare come una stella sul punto di collassare.
– Il patto è antico. Più antico di voi. Io non l’ho infranto.
Giudizio lo interruppe, mordendo le parole:
– Hai protetto una mortale. Hai piegato il corso naturale. Questo è un fatto.
Morte sorrise. Non fu un sorriso umano: fu una fenditura nel buio.
– Non ho piegato nulla. Ho visto un filo. L’ho seguito. E lei… lei ha guardato indietro e ha visto me. Lei ha visto colui che non puo’ essere visto.
Il cielo nero sopra di loro si increspò come se qualcosa avesse bussato dall’altra parte della volta. Temperanza scosse la testa, e aveva voce calma ma tagliente:
– Una mortale non basta a giustificare il tuo mutamento. C’è altro. Lo sentiamo tutti.
Morte avanzò di un passo: l’acqua si fece spazio intorno a lui, come se obbedisse a un ordine antico.
– C’è sempre altro – disse- ed è tempo che lo vediate. E’ tempo che lo sentiate, che sia percepito da ognuna di voi.
Morte toccò il vuoto tra lui e le Dee. Il vuoto si aprì come una membrana trasparente. Un impulso attraversò la sala, lento come una carezza, preciso come un colpo di falce.
Le colpì una ad una, un tocco leggero, un contatto che non era mai stato fatto e sentito, lo sfiorare di una mano, una carezza gentile. Era la mano che nessuno di loro aveva mai osato tendere.
Non chiese permesso.
Sfiorò Giustizia per prima.
Appena un tocco sulla guancia di metallo. Il suono della sala cambiò. Le colonne ebbero un fremito, come se un’epoca fosse stata graffiata via. Giustizia spalancò gli occhi: la luce dentro di lei vacillò, si incrinò, mutò colore. Il petto le si sollevò appena, come se un sentimento, un vero sentimento, l’avesse colpita di sorpresa. Si alzò di scatto, disorientata. Lei, che non vacillava mai.
E nel caos nuovo che le attraversò il corpo, comprese tutto senza bisogno di parole: capì perché aveva protetto la mortale, capì perché aveva aiutato Morte nonostante sapesse che era proibito. Quel filo che la legava a lui non era dovere, non era legge.
Era amore.
Un amore antico, silenzioso, che non aveva mai avuto nome finché Morte non le aveva sfiorato la pelle e glielo aveva insegnato. I suoi occhi lo guardarono con una luce nuova, quello che era scritto per lei sui lembi del kimono era vero: cambia, ascolta, senti, impara. Gli sorrise spaventata ma appagata.
La mano di Morte scivolò poi verso Giudizio. Sfiorò la pelle nera e lucente, appena. Giudizio trattenne un gemito primordiale. Le pupille di ghiaccio si sciolsero in un istante, diventando liquide, vive. Si portò una mano al petto come se qualcosa avesse iniziato a bruciare dentro, un incendio improvviso nato da una scintilla invisibile. Le ginocchia gli cedettero per un istante e, lui che non si era mai piegato, si ritrovò in ginocchio sul pavimento d’acqua, ansimante e affannato. Lui, che non si era mai piegato.
Torre fu la terza. Morte le posò la mano sul volto come si posa un raggio di luna su un edificio senza tempo. La dea tremò. La sua struttura interna gemette, i suoi bordi architettonici si curvarono come se una vibrazione sconosciuta li stesse ridisegnando. Si toccò le braccia, disorientata: la caduta che aveva sempre portato in sé, quella promessa di crollo, si spezzò. Per la prima volta temette di non sapere chi fosse e provò pietà per se stessa.
Morte la sfiorò sulla clavicola, con un gesto lentissimo, Temperanza rimase immobile.
Il tocco aprì in lei una corrente calda, una voce invisibile che salì dallo stomaco alla gola lasciandole un tremito. Gli occhi nocciola si dilatarono, lenti come galassie che si espandono. Le mani le caddero lungo i fianchi, senza grazia, senza controllo. Lei, l’armonia e la calma fatta persona, fu scossa da un disequilibrio sublime.
Quando Morte ritrasse la mano, la sala era un paesaggio sconvolto. Le Sorelle respiravano come creature appena nate.
I loro corpi immortali tradivano un’agitazione nuova: il tremito, il calore, il nodo in gola, la confusione.
L’amore era entrato in loro come un lampo in un edificio di vetro, spezzando ogni centimetro di superficie visibile e invisibile.
Morte le guardò tutte, una per una, e il suo sguardo le attraversò come una corrente di tempo che tutto attraversa.
– Questo si chiama “sentire” e i mortali lo conoscono da sempre – sussurrò in un soffio che sembrava il ricordo di un’emozione primordiale. – Il mio tocco è il mio sentimento per voi. Non potete capirlo senza provarlo. L’amore è la forza che muove tutto: il tempo, la ruota, la Morte e le sue sorelle, i mortali e gli immortali.
Le parole caddero nella sala come una benedizione o una maledizione, e nessuno fu in grado di distinguerle. Il Diavolo, che per eoni li aveva tenuti prigionieri nel suo gioco di inganni, aveva perso.
1 – IL MAGO
L’aria era tiepida e rosata; il colore filtrava fra le bifore di pietra della chiesa.
L’Eremita era seduto al centro, davanti all’altare dove sorgeva il trono. L’ultima volta aveva visto Morte seduto proprio lì. Adesso non c’era nessuno, né lui né Giustizia, e la chiesa sembrava tristemente vuota. Alcuni corvi volavano sopra il tetto inesistente e si tingevano di rosa, gracchiando e girando in tondo.
All’improvviso l’aria cambiò.
Si fece più densa, più lenta, e l’Eremita si ritrovò circondato da cinque figure imponenti. Davanti a lui, Morte.
Morte lo guardò incupito.
– Sta accadendo, vecchio. Il quarto rintocco arriva.
L’Eremita si alzò in piedi, sconcertato. Non sentiva nulla. Non vedeva nulla. Eppure sapeva che qualcosa stava cedendo.
Le cinque sorelle si disposero in cerchio e lui rimase nel mezzo. I suoi occhi passarono dall’una all’altra, e per un istante si persero nella loro bellezza, nonostante il pericolo che incombeva. E nella calma assoluta di quell’alba rosa, il quarto rintocco accadde.
La realtà si moltiplicò.
Piani diversi, tempi diversi, luoghi diversi. Nella bifora senza vetri della chiesa sconsacrata, dove i suoi piedi poggiavano, apparvero più versioni dello stesso spazio: in una c’erano vetri colorati, in un’altra solo l’idea della bifora, in un’altra ancora pietre cadute. Tutte insieme. Sovrapposte. Un’unica realtà che non riusciva più a essere una. Adesso non c’era più solo la chiesa sconsacrata, c’erano infinite chiese sconsacrate di piani diversi tutte insieme in quell’attimo di tempo.
Il vecchio si voltò verso Morte e lo vide vibrare, sdoppiarsi, moltiplicarsi. Erano così tante e in costante mutamento che era difficile definire. Così accadde alle sorelle. Figure identiche e diverse, presenti nello stesso luogo ma appartenenti a piani che cercavano di sovrammettersi gli uni sugli altri.
Lui doveva condurre la quarta donna lì, adesso doveva fare in fretta, non c’era tempo, non ci sarebbe stato più tempo o almeno il tempo come lo conosceva lui in questa vita, tutto sarebbe stato unito e mescolato.
La sua lanterna pulsò, chiamò la quarta donna: era partita da quella stessa chiesa qualche tempo prima e doveva tornare lì adesso.
Poi la vide apparire. Non da una porta, non dal pavimento: dalla luce tra i piani, dal filo sottile che separava ciò che esisteva da ciò che non esisteva ancora. La quarta donna camminava senza terra sotto i piedi, sospesa tra le bifore, eppure presente come nessun essere avrebbe potuto essere. I suoi occhi raccolsero la moltiplicazione dei mondi, le bifore che tremolavano, i vetri colorati, le pietre sospese, e tutto tremò in armonia con lei.
Ogni passo era un gesto di equilibrio impossibile. Non toccava nulla, eppure tutto la riconosceva: le colonne di tempo si inclinarono leggermente verso di lei, i corvi si fermarono a mezz’aria, e persino l’alba rosa sembrò trattenere il respiro.
L’Eremita si accorse che non c’era più scelta. Solo lei poteva stare lì, tra gli strati di realtà, senza dissolversi né farsi inghiottire. E in quell’attimo, Morte la percepì.
Non con gli occhi, non con le parole: con tutto se stesso. Sentì la linea sottile del sacrificio, la marea del suo destino. Lei non sarebbe stata né morta né viva. Non avrebbe posseduto il presente né il passato né il futuro. Avrebbe viaggiato, sospesa, tra i mondi, e con il suo cammino avrebbe tenuto separati i piani, impedendo che tutto collassasse in un unico caos. Eppure il suo sorriso era erratico, dolcissimo, felice.
Morte serrò le mani e inspirò lentamente. Sentì la profondità di quel prezzo, e insieme un’intima certezza: per lei non era un sacrificio ma una scelta che sembrava non pesare, quasi fosse una benedizione.
La quarta donna alzò lo sguardo verso di lui, come se sapesse tutto, come se il suo passo tra le realtà avesse già scritto il senso di quella magia, come se lei stessa fosse magia. L’Eremita, Morte, le sorelle: tutti percepirono l’equilibrio instabile che lei avrebbe mantenuto, e la sala sconsacrata divenne un luogo di silenziosa reverenza, un crocevia di eternità sospesa.
– Non essere in pena per me – le sue parole e il suo sguardo rivolti a Morte – io sto bene. Continuerò a camminare per tenere separati i piani astrali e per tutte le anime, quelle già nate, quella mai vissute e quelle future. Mi è stata data la possibilità di scegliere e io ho scelto. Ho scelto di tenere l’ordine così come lo conosciamo. In cambio non morirò, tu non verrai a tagliare il mio filo. – Lo guardò con quel sorriso dolce e sicuro di chi sa di aver fatto la scelta giusta.
Morte non disse niente ma lei sentì quello che lui aveva da dire. La magia era compiuta, tutto era tornato come conoscevano, tutto era tornato al suo posto.
La quarta donna camminò ancora, sospesa nell’aria e poi si infilò in una crepa lucente delle realtà. Si voltò indietro prima di sparire e sorrise.
Giustizia fu la prima a parlare
– Questi mortali mi stupiscono. Questa donna ha compreso quello che ha scelto?
Morte rispose per lei
– Ha compreso sorella, ha compreso e ha scelto di regalare tutto l’amore che poteva al suo mondo. Tu, tu piuttosto, riesci a capire?
il V RINTOCCO sarà pubblicato mercoledì 18 Marzo 2026
Iscrivendoti alla newsletter riceverai una mail al momento della pubblicazione. In alternativa, torna qui mercoledì prossimo al calar del sole (ore 18,00 circa)
Prosegui con il → V RINTOCCO mercoledì 18 Marzo 2026
Una sete che non era nella gola, ma più in basso, dove il corpo si ricorda di essere fatto d’acqua. La seconda donna lo sentì mentre camminava, lo senti scorrergli dentro mentre si allontanava in linea retta. Non ricordava più da quanto tempo camminava, ogni tanto si fermava a riposare, ogni tanto trovava qualcosa da mangiare o da bere e poi ricominciava a camminare, spinta da una forza sconosciuta. Il secondo rintocco diventò per lei un richiamo liquido che le tirava il centro del petto come se qualcuno avesse legato un filo al suo cuore e lo stesse avvolgendo, lento, inesorabile, come se qualcuno lo stesse imprigionando.
Aveva i capelli rossi, folti, ricci come una corona di fuoco che le cadeva sulle spalle larghe. Era alta, robusta, con le braccia forti di chi ha lavorato la terra, impastato pane, sollevato pesi che bruciavano l’anima oltre che i muscoli. La pelle chiara era cosparsa di lentiggini come semi sparsi su un campo, e gli occhi verdi guardavano il mondo con la franchezza di chi non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani. La sua era una povera casa di contadini, aveva conosciuto le fatiche della terra fin da giovane e aveva imparato ad amare il sole che bruciava, la pioggia che nutriva, il vento che cambiava. La neve era la sua preferita, teneva al caldo i semi e li avrebbe lasciati andare appena l’inverno sarebbe scivolato nella primavera. Ma adesso camminava in una valle sconosciuta, non c’erano i suoi lecci a segnare la via, non c’erano le spighe che danzavano con il vento, adesso camminava seguendo una luce che oscillava davanti a lei senza mai avvicinarsi davvero, la lanterna dell’Eremita. Non lo vedeva, il vecchio, non vedeva lui ma sapeva che c’era, vedeva la sua luce, quella si, la vedeva. Si affacciava tra i massi come una luna piena, si posava sui cespugli radi e pulsava come una lucciola, illuminava per un istante il sentiero come un fuoco fatuo prima di sparire e riapparire più avanti. Come se dicesse: qui, vieni qui, sono qui. La valle si stringeva. Le pareti di pietra crescevano ai lati, grigie, stratificate, antiche come ossa di montagna. Il cielo sopra di lei era una striscia sottile, un nastro di stelle che sembrava chiudersi sempre più. E più entrava e più si sentiva intimorita. Ma poi lo sentì. Un suono liquido, incessante, vorticoso.
Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni
Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.