Cinque rintocchi

I Rintocco

XIII – LA MORTE

La porta della chiesa era spalancata da anni, ma nessuno l’aveva mai vista arrivare. Semplicemente, era lì, appoggiata allo stipite, come se fosse sempre appartenuta a quel varco. Il kimono nero le scivolava addosso in strati di seta morbidi che sembravano ombre fluide. Le gambe lunghe, la vita stretta, la figura cesellata nel buio: Morte non aveva nulla di minaccioso, solo la compostezza calma di chi porta con sé ciò che è inevitabile.

La falce pendeva dalla sua mano come un’estensione naturale, la lama lucida, il manico di legno antico, il movimento del polso la faceva vorticare come se fosse il gioco più naturale del mondo. Non c’era violenza in quell’oggetto: sembrava più uno strumento di raccolta che di fine. Un soffio di vento sollevò i lembi del kimono e fece volare il cappello di bambù; i capelli sottili, neri come inchiostro, le scesero ai lati del volto. La pelle era chiara, quasi grigia, e il sorriso, appena inclinato agli angoli della bocca, aveva qualcosa di malinconico.

Solo gli occhi rompevano il bianco e il nero. Due braci silenziose, profonde, come se dentro ci fosse il ricordo di mille passaggi, mille metamorfosi.

La ragazza che la osservava trattenne il fiato. E quando la Morte parlò, la voce non arrivò dall’aria, ma dal centro del petto, dove battono le cose che stanno per cambiare.

“Vieni, non porto la fine, porto ciò che viene dopo.”

Fece un passo dentro l’ombra della chiesa. Nel legno, nella pietra, nel cielo senza tetto, qualcosa si dilatò.

E da qualche parte, lontanissimo e vicinissimo insieme, il primo rintocco tese i muscoli nel silenzio.


V – IL PAPA

Ogni rintocco lo rompeva il silenzio. Le mura di pietra serena, in blocchi grandi e maestosi, perfettamente squadrati, assorbivano le onde energetiche generate dal suono, che si disperdeva lentamente.

Ogni rintocco un proposito, ogni rintocco un compito da portare a termine.

Le cinque donne erano disposte in cerchio, ognuna con le proprie vesti e i simboli che le rappresentavano. La notte riluceva di stelle: il soffitto caduto della chiesa le lasciava vedere tutte. Le poche travi ancora rimaste della struttura portante sembravano fili di ragnatela che intrappolavano le stelle in una scacchiera infinita.

Grave era il tempo, gravi i compiti da portare a compimento.

Il primo rintocco era per la terra, per la guarigione della madre, per l’equilibrio fra la vita e la morte.

Il secondo era per l’amore, universale, infinito, uno e trino, inscindibile e frammentato in milioni di schegge.

Il terzo era la guerra, da sempre compagna della razza umana, dispensatrice di dolori e di onori irrisori rispetto alla perdita di ogni singola vita.

Il quarto parlava di piani astrali, di cuciture fra mondi, di esistenze animiche e ancestrali.

L’ultimo, il quinto, era il tempo: lineare, circolare, immoto e presente, racchiuso in un unico punto infinitesimale intorno al quale ruotava tutto il resto.

Le cinque donne sciolsero il cerchio, si salutarono con lo sguardo, presero i loro strumenti e si dispersero in cinque direzioni diverse, ognuna pronta a portare a termine il proprio compito, qualunque fosse il prezzo da pagare.

Solo il Papa rimase seduto sul suo trono, nell’abside, sotto le stelle. Il cane sedeva alla sua sinistra, la luce rifulgeva sulla sua testa come una corona di stelle, lo scettro e le tavole dei comandi stretti fra le sue mani.

Assolutamente impotente, aveva potuto solo osservare il destino che si compiva.



il II RINTOCCO sarà pubblicato mercoledì 25 Febbraio 2026

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© 2026 Sandra Pilacchi – “5 Rintocchi”.
Tutti i diritti riservati.
È vietata la riproduzione, anche parziale, su qualsiasi supporto senza autorizzazione scritta dell’autrice.

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Focaccia Dolce alle Albicocche e rosmarino con Lievito Madre

questa focaccia dolce alle albicocche e rosmarino con lievito madre è davvero come sembra in foto: fotonica! soffice e croccante, dolce e salata insieme, profumata di rosmarino e di estate, dolce di miele e di albicocche mature.

Focaccia Dolce alle Albicocche e rosmarino con Lievito Madre

in questi giorni feroci e ingarbugliati del mondo, mentre le città diventano alveari incandescenti e gli uomini sembrano aver dimenticato perfino il nome delle stagioni – figurarsi la gentilezza, figurarsi l’amore – resteranno solo i piccoli gesti ostinati a difendere la terra e la nostra umanità.

qualcuno continua a impastare.

ci saranno mani infarinate in cucine troppo calde, finestre aperte sul rumore delle cicale, coltelli che incidono albicocche mature come piccoli cuori arancioni esplosi sotto il sole di maggio.
e mentre tutto fuori correrà verso il proprio incendio, qualcuno lascerà ancora lievitare lentamente un impasto vivo, fragile, respirante.

forse è questo che mi affascina del pane dolce alla frutta.
ha qualcosa di antico. di pagano. di dimenticato.

non sembra una ricetta moderna ma un’offerta lasciata sopra una tavola di legno migliaia di anni fa per convincere gli dèi a non spegnere il raccolto: è dorata, fragrante, profumata e gentile.

le albicocche collassano in forno diventando quasi marmellata selvatica insieme allo zucchero di canna e all’olio, il rosmarino attraversa il burro e il miele con il suo profumo resinoso e feroce, il sale resta sopra come polvere minerale raccolta da una costa assolata.

e intanto il lievito madre continua il suo lavoro invisibile.
respira. gonfia. trasforma.

questa focaccia dolce alle albicocche e rosmarino nasce così: da un impasto semplice e lento, da frutta estiva troppo matura per essere ignorata e da quella mia ossessione cronica per le ricette che non riescono a decidere se essere rustiche o eleganti.

la verità è che adoro i dolci che sembrano usciti da un forno dimenticato in mezzo alla campagna, ma che poi, al primo morso, diventano quasi scandalosamente raffinati.

mangiatela tiepida, con il miele che cola ancora lentamente nelle fossette dell’impasto.
e se mentre la assaggiate sentite improvvisamente il bisogno di mollare tutto e trasferirvi in una casa piena di erbe aromatiche, farine e stoviglie scure… tranquilli.

è normale, è una reazione assolutamente normale.

musica per l’impasto

The Stranglers, Golden Brown

Focaccia Dolce alle Albicocche e rosmarino con  Lievito Madre
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Focaccia dolce alle ciliegie con lievito naturale: impasto a lunga lievitazione in frigo

C’è un momento preciso dell’anno in cui mi convinco, ogni volta, di essere una persona diversa. Un’altra Sandra, più paziente, più saggia, più capace di stare ferma davanti a una finestra aperta senza pensare a tutto quello che dovrei fare e non faccio. Questo momento coincide, puntualmente, con la stagione delle ciliegie. E allora io panifico, faccio la focaccia dolce alla ciliegie con lievito naturale.

Focaccia dolce alle ciliegie con lievito naturale

Le ciliegie hanno questo potere strano. Arrivano e il mondo rallenta. Forse è il rosso, quel rosso lacca che non chiede permesso e non si scusa con nessuno. Forse è il fatto che per mangiarle devi fermarti, prenderle una ad una, sputare il nocciolo con una certa soddisfazione infantile che nessuna dieta detox ti darà mai. Le ciliegie non sono uno snack da passeggio. Le ciliegie sono una postura, una dichiarazione d’intenti, quasi una filosofia, lo chiedono tutte insieme a gran voce: fermati!

E io, che filosofa non sono mai stata — chiedetelo a chiunque mi conosca, ve lo confermeranno con entusiasmo — quest’anno ho deciso di metterle nell’impasto. Perché quest’anno le ciliegie me le sono guadagnate sul serio. Nel giardino dove lavoro c’è un ciliegio che a maggio ha perso completamente il senno: frutti dappertutto, rami piegati, una generosità sfacciata e un po’ esibizionista che non mi aspettavo. Sarà che piove e piove e tutta la natura ci regala quelle “cartoline” piene di verde e di luci da primavera inotrata che da tanti anni non ricordavo più e che quindi gli alberi, tutti gli alberi, ci regalano fiori e frutti oltre le nostre richieste. E allora abbiamo tirato fuori le scale, i cestini, la pazienza — e ne è valsa ogni minuto. Raccogliere ciliegie da un albero vero, con le mani che diventano rosse e il collo che protesta, è una di quelle esperienze che rimettono le cose al posto giusto. Ti ricordano che il cibo ha una provenienza, un momento, un peso specifico. E che una ciliegia colta così, nell’ora giusta, sa di qualcosa che il supermercato non ha ancora trovato il modo di inscatolare.

Sì. Nell’impasto.

So già cosa state pensando. Lo stesso che ho pensato io la prima volta che ho incontrato questa idea, rimbalzata da qualche parte tra un ricordo confuso e una di quelle giornate in cui il frigorifero ti guarda storto e tu lo guardi storto di rimando, e alla fine qualcuno deve cedere. Ho ceduto io, come sempre. Ho aperto lo sportello, ho visto le ciliegie raccolte dal giorno prima dentro la ciotola di ceramica bianca, che era già un bel guardare di suo, ho visto la farina sul ripiano, e ho sentito una vocina interna che diceva: Sandra, fallo.

La mia vocina interna di solito ci prende, quasi sempre.

Questa è una focaccia. Ma non solo, è una focaccia dolce alle ciliegie con il lievito nautrale, è un incrocio fra una focaccia e un pan brioche ma anche una schiacciata perchè comunque profuma di olio d’oliva. Una focaccia all’olio, morbida, con quella crosta che fa rumore quando la schiacci con il palmo della mano e poi ti guarda con aria di rimprovero perché sai benissimo che stavi aspettando solo quello. Un impasto semplice, onesto, il tipo di impasto che non pretende niente da te e ti dà tutto. E dentro, e sopra, le ciliegie. Snocciolate, un po’ schiacciate, abbandonate sull’impasto con quella nonchalance che io non ho mai avuto in vita mia ma che cerco di simulare in cucina dove nessuno mi vede.

E poi lo zucchero di canna. Poco, sparso a mano, come si fa con le cose preziose – con parsimonia, con rispetto, con la consapevolezza che esagerare è sempre un’opzione ma non sempre una buona idea. Lo zucchero qui non dolcifica nel senso stretto del termine. Caramella leggermente in forno, incontra l’olio, incontra il succo delle ciliegie che cola e brucia un poco sui bordi, e crea quella cosa per cui non esiste un nome decente in italiano ma che in bocca si traduce così: ancora.

Ancora un pezzo. Solo uno. L’ultimo. Giuro.

Questa ricetta è nata in un sabato mattina lento, con le finestre aperte e la musica a volume sbagliato — troppo alto per riflettere, troppo basso per ballare. È nata da quella zona grigia in cui mi trovo spesso e in cui, stranamente, cucino le cose migliori. Era buona, dannatamente buona, tanto buona che sto pensando di inserirla nel corso di Pane e Parole 2026, magari siccome sarà a Giugno invece delle ciliegie possiamo usare le albicocche o le pesche, chiederò alla vocina.

Comunque non so se il segreto stia nelle ciliegie, nell’olio buono, nel momento della giornata o nel fatto che ero io, Sandra, con le mani in pasta e la testa altrove.

Probabilmente è un insieme di tutto questo.

Come sempre, del resto.

musica per l’impasto

musica consigliata

Starsailor, Four o the floor

Focaccia dolce alle ciliegie con lievito naturale
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